
don Giovanni Laconi
* Ussassai, 11/09/1935 | + Roma, 05/05/2026
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Biografia
Don Giovanni nasce a Ussassai (NU) l'11 settembre 1935. La vita di don Giovanni viene vissuta tra la Sardegna e il Medio Oriente, a cui rimase profondamente legato per oltre sessant’anni.
Don Giovanni era un uomo autentico, capace di vivere con semplicità e gratuità il Vangelo, facendo della propria esistenza un dono alla Chiesa, ai giovani, ai confratelli e alla comunità salesiana.
Don Giovanni non cercava di apparire né di “fare colpo”: la sua forza stava nell’essenzialità, nella credibilità della sua vita e nella naturalezza con cui viveva la fede, il sacerdozio e la consacrazione.
E' stato un formatore capace di trasmettere ciò che è davvero essenziale per vivere da cristiani e salesiani.
Ci lascia il 5 maggio del 2026 a Roma.
Omelia
Omelia di Mons. Mauro Maria Morfino, sdb Vescovo di Alghero-Bosa
Oggi vogliamo esprimere la nostra gratitudine a Dio, che ci ha donato don Giovanni. Le sfumature sono differenti: a partire dalla sorella, naturalmente, dai nipoti, dalla famiglia, dai confratelli del Medio Oriente, da questa comunità e da noi che, in qualche modo, siamo due superstiti di quegli anni vissuti insieme. Anche lui era con noi in quegli anni a Cremisan.
Vogliamo ringraziare il Signore. Adesso che le cose si sono depositate nel tempo e negli anni, forse riusciamo a riconoscere con molta più gratitudine e con molta più luminosità il dono che ci è stato fatto anche in don Giovanni.
Lo facciamo alla luce della fede, lo facciamo nella certezza della risurrezione del Signore, in ascolto di questa Parola che abbiamo proclamato, di questo Vangelo che abbiamo baciato e che don Giovanni ha tentato di servire per tutta la vita, mantenendo questo legame così intenso, durato una sessantina d’anni, con il Medio Oriente, ma senza dimenticare Ussassai e la Sardegna. Ha vissuto questa realtà, direi, sempre con grande capacità di abitare da una parte e dall’altra, senza mettere in contrapposizione questi due elementi che, in qualche modo, hanno segnato profondamente la sua esistenza. Il paese di Ussassai è una terra a cui la Chiesa e la Congregazione Salesiana devono molto; in particolare il Medio Oriente inteso come Ispettoria del Medio Oriente. Persone come don Giovanni hanno segnato la storia di quella nostra provincia ecclesiastica e l’umanità di tante persone.
Il nostro baciare il Vangelo in questo momento, e ascoltarlo come realmente è, cioè Parola di Dio, mette nel cuore una luce che solo il Vangelo, solo la Parola di Dio, può accendere anche in un momento di dolore.
Certo, pensando secondo i parametri dell’umano, una vita lunga è una vita densa. Però sappiamo che, per gli affetti, gli anni, ahimè, non attenuano il distacco, anche perché l’esperienza che facciamo tutti nella vita, quando vengono a mancare persone care, è che nessuno può sostituire nessuno.
Ed è questa realtà che, in fondo, ci spinge a prendere con grande serietà, a prenderci con grande serietà finché siamo insieme, perché dopo è anche abbastanza scontato piangerci quando non ci siamo più. Ma forse questa pagina di Vangelo, come tutta la vita cristiana, ci dice che la bellezza e il segreto della storia sono questi: trattarci bene, amarci, portare gli uni i pesi degli altri finché il Signore ci dà la grazia di condividere questa realtà così unica che noi chiamiamo vita.
Ed è in questa luce che vogliamo ascoltare una Parola di Dio che possa illuminare questa nostra celebrazione, questo nostro presente.
Abbiamo ascoltato nelle brevissime linee biografiche — che mai, naturalmente, possono riassumere la densità di una vita — qualcosa che forse siamo riusciti a cogliere: don Giovanni di sé ha fatto un dono. Un dono alla Chiesa, un dono al Regno di Dio, un dono ai giovani; un dono soprattutto per ciò che lui ha vissuto per i giovani confratelli e per i confratelli della sua Ispettoria.
Farsi dono è ciò che, in qualche modo, la pagina del Vangelo ci ha consegnato. La vita funziona se diventa dono. È paradossale, ma lo sappiamo tutti: più diventiamo iper-riflessivi su noi stessi, più l’accentramento su noi stessi è grande, e più il senso della vita sparisce. Quanto più la vita diventa dono di gratuità, tanto più noi scopriamo l’unicità, la bellezza e anche il senso della nostra identità personale, che sta nel dono.
Direi che questa pagina ci suggerisce una riflessione in un momento storico nel quale, quando parliamo di amore — ed è ciò che succede tutti i santi giorni — esso diventa spesso violento, perché prende il suo propellente o dalle gelosie, o dalle paure, o dal narcisismo personale. L’amore può avere questa capacità di diventare violento, di diventare distruttivo. Il volto guarito dell’amore, invece, è la gratuità.
La vita di don Giovanni, come la vita di tanti confratelli e di tanti cristiani, diventa luminosa proprio perché ci spiega nei fatti questa parola del Signore: «Amatevi come io ho amato voi». Quel “come”, in greco, si può tradurre — e si deve sempre tradurre — sia con “come io ho amato voi”, sia anche con “poiché io ho amato voi”.
Perché don Giovanni ha potuto donare così ampiamente e così bellamente? Non ha fatto cose speciali. Ha fatto, direi, in modo cristiano tutto ciò che la vita gli ha proposto, ed è stato un dono di gratuità.
Una pagina di vita, allora, che ci spiega splendidamente questa pagina evangelica, nella quale Gesù ci consegna la modalità con cui vivere da credenti. Essere credenti vuol dire proprio questo: dare credito a Gesù Cristo, alla sua persona e alla sua Parola. Questo è essere credenti. Non è vestirsi in un modo, fare delle cose e non farne delle altre; non è la coreografia. Sono gli stili di vita di Gesù che il cristiano prende per buoni.
Ecco, don Giovanni ha vissuto il volto guarito dell’amore nella gratuità della sua esistenza. E noi lo possiamo fare, e lui l’ha potuto fare, perché il Signore dice: «Poiché io vi ho amati». La possibilità che noi abbiamo di amarci non nasce dal nostro buon carattere, non nasce da inclinazioni più o meno educate. Noi incominciamo a essere gratuiti aprendo gli occhi e guardando come il Padre, in Gesù di Nazareth, Cristo e Signore, ci ha amato: incondizionatamente, gratuitamente.
È l’imitazione di Dio che don Giovanni ha messo in atto e che anche noi tentiamo di vivere; essa ci dà questa opportunità di essere segni credibili, poveri ma credibili, di questa gratuità.
Nella pagina degli Atti, che racconta questa corsa della Parola dentro la storia, mossa dallo Spirito del Signore, da una parte c’è una credibilità da parte di coloro che sono inviati, perché c’è un’autenticità della loro vita. Sono credibili perché sono autentici.
Direi che, tra le righe, senza forzare assolutamente la verità della storia, possiamo rintracciare anche nella vita di don Giovanni il fatto che non aveva pose. Giovanni non aveva pose, non era impostato. Era un uomo che veniva fuori al naturale, che viveva la sua vita cristiana, il suo presbiterato, la sua consacrazione, ma senza impostazioni.
Scorgiamo questa credibilità che il Vangelo e gli Atti degli Apostoli ci raccontano per tutto il periodo pasquale: alcune persone, proprio per la credibilità che autentica la loro vita, diventano credibili per altri.
E allora questa pagina, che riguarda un tempo molto lontano, ci consegna forse una parola da accogliere: «È parso bene allo Spirito Santo e a noi di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie».
Ecco, io qui lo dico a partire dalla mia esperienza: ciò che don Giovanni ci ha consegnato, anche come formatore, è stato proprio questo. Che cosa era essenziale per essere buoni cristiani, possibilmente passabili salesiani e buoni preti? L’essenziale. Aiutandoci, in qualche modo, a cogliere che cosa poteva essere importante ma coreografico, e che cosa invece non poteva essere sostituito.
È questa essenzialità che io, personalmente, riconosco di avere ricevuto. Ognuno di noi ha vissuto un tratto particolare; ogni relazione non è ripetibile, è unica. Quindi ognuno di noi porta un frammento di questa relazione con don Giovanni: unico, irripetibile, per cui ringraziare il Signore per averlo ricevuto in dono.
In questo momento altro non dobbiamo fare che celebrare l’Eucaristia, ringraziare Dio per il dono di don Giovanni e, in qualche modo, raccogliere questa eredità: una vita vissuta nell’esemplarità, ma senza colpi fuori luogo, senza voler mai attrarre l’attenzione. Don Giovanni, da questo punto di vista, non è mai stato un uomo che desiderava fare colpo. Mai. E questo è un grande dono del Signore.
Ringrazio di tutto cuore la sorella e i parenti per questo legame forte che Giovanni ha sempre conservato. Dico anche un grazie molto affettuoso alle sorelle mercedarie che, per lunghissimi anni, in via Tagliamento, lo hanno accudito con grande amore, anche nei momenti difficili dell’inizio della malattia e poi, grazie a Dio, anche nella stabilizzazione di questa malattia.
Ringrazio infine questa comunità, che ha accolto e accudito don Giovanni in quest’ultimo tempo della sua vita e che serenamente lo ha condotto all’incontro con Dio. Per lui e per noi, tutta la nostra vita attende questo incontro.