
don Gelindo Polato
* Rosara, 28/11/1934 | + Roma, 03/01/2026
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Biografia
Don Gelindo Polato nacque il 28 novembre 1934 a Rosara di Codevigo (PD). Entrò nell’aspirantato salesiano a Strada in Casentino nel 1950 e, dopo il noviziato a Varazze, emise i primi voti il 16 agosto 1956. Studiò filosofia a Roma e svolse il tirocinio ad Alassio e Varazze. Nel 1962 fece la professione perpetua. Fu ordinato sacerdote il 19 dicembre 1971 a Torino dal cardinale Michele Pellegrino.
Subito dopo l’ordinazione fu destinato alla casa salesiana di Genova Sampierdarena, dove svolse quasi tutta la sua missione apostolica, rimanendovi per oltre quarant’anni (1971-2013). Qui si dedicò con passione all’educazione dei giovani, vivendo il cortile come luogo privilegiato di incontro e relazione. Dotato di grande sensibilità artistica, seppe trasmettere ai ragazzi l’amore per la bellezza e l’arte come via di crescita umana e spirituale, con particolare attenzione ai più poveri e bisognosi.
Nel 2013, per il peggioramento della salute, fu trasferito nella comunità di Roma Beato Artemide Zatti, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Torna alla casa del Padre il 3 gennaio 2026, lasciando il ricordo di un salesiano vicino ai giovani, profondamente dedito alla sua missione educativa e pastorale.
Omelia
In questo mercoledì dopo l’Epifania, la Parola di Dio ci fa entrare nel cuore stesso del Vangelo: la luce di Cristo che raggiunge chi è nelle tenebre e la verità di una vita che, pur attraversata da fatiche e fragilità, si lascia guidare dal Signore. Il Vangelo ci racconta che Gesù, dopo l’arresto di Giovanni, si ritira in Galilea e va ad abitare a Cafarnao. È come un “trasloco” provvidenziale: lì si compie la parola del profeta, “il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Mt 4,16). Da quel momento Gesù comincia a predicare con semplicità e forza: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. E quella vicinanza del Regno si vede subito: Gesù passa, incontra, guarisce, rialza, ridona speranza. La luce non è un’idea astratta: è una presenza che cambia la vita! Oggi celebriamo questa Eucaristia nelle esequie di don Gelindo Polato, nostro confratello sacerdote. E allora questa parola sulla luce non è astratta: diventa consolazione, memoria, promessa. Don Gelindo si è lasciato raggiungere e condurre da questa luce lungo un cammino non sempre lineare, segnato da attese e prove, ma custodito dalla fedeltà di Dio. E qui si innesta la Prima lettera di Giovanni: “Qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti” (1Gv 3,22). E il comandamento è doppio e inseparabile: credere in Gesù e amarci gli uni gli altri. La vita cristiana vera non sta nel fare cose straordinarie, ma nel restare dentro questa alleanza: fede e carità, fiducia e dono. Possiamo dire che don Gelindo ha cercato di vivere così: con un tratto spesso umile e discreto, con una presenza salesiana concreta, feriale, fatta di cortile, di ascolto, di dialogo, di quel “clima di famiglia” che fa sentire un ragazzo visto e accolto. San Giovanni aggiunge un altro criterio forte: “Non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti” (1Gv 4,1). È una parola attualissima: non tutto ciò che luccica è luce; non tutto ciò che si presenta come buono viene da Dio. Il discernimento è una forma di amore: protegge i piccoli, custodisce la verità, salva ciò che conta. E un elemento concreto di discernimento è saper riconoscere la bellezza come via a Dio, non come evasione; saper leggere i doni non come possesso, ma come servizio. Il Salmo 2 ci mette sulle labbra una promessa: “Tu sei mio figlio”. È un salmo regale, ma nella luce di Cristo diventa una parola per ciascuno di noi. Nel giorno del dolore, la Chiesa ci ricorda che la nostra identità più profonda non è la malattia, non è la fatica, non è neppure la morte: è l’essere figli amati. E quando Gesù annuncia il Regno vicino, sta dicendo proprio questo: Dio è vicino come Padre che ci ama. Don Gelindo è nato a Rosara, frazione di Codevigo Veneto in provincia di Padova il 28 novembre 1934 da papà Domenico e mamma Regina Dalla Pria. Nella chiesa parrocchiale di Rosara riceve il battesimo il 16 dicembre 1934 e la cresima il 19 febbraio 1941. Entra per la prima volta in una casa salesiana per l’aspirantato a Strada in Casentino (AR) nel 1950 rimanendovi fino al 1955, anno in cui, il 15 agosto, inizia il Noviziato nella casa di Varazze (SV). A conclusione dell’anno di noviziato, don Gelindo esprime nella domanda di ammissione ai voti religiosi l’intenzione, entrando nella Congregazione Salesiana, di “salvare la mia anima, di riparare un passato licenzioso e, se Dio me lo concede, redimere con la mia vita di sacrificio tante anime giovanili”. I superiore vedono in don Gelindo un giovane “di salute e intelligenza buona, impegnato e laborioso, di pietà sentita, confidente e aperto”. Entra a far parte della Congregazione Salesiana con i primi voti temporanei il 16 agosto 1956 a Varazze. Per lo studio della filosofia si reca a Roma San Callisto dal 1956 al 1959 per poi iniziare il tirocinio per un primo anno ad Alassio, nel 1959-60 e poi per due anni a Varazze, dal 1960 al 1962. Il 7 luglio del 1962 a Genova Sampierdarena emette la Professione perpetua riconoscendo che “durante i tre anni di tirocinio ho avuto modo di giudicare e di sperimentare la mia vocazione più che in passato. Il risultato mi è sembrato positivo, pur avendo riscontrato qua e là dei lati deboli e grosse lacune. Sono animato dal desiderio di appianarle quanto prima e meglio che posso”. Con questa intenzione chiede ai superiori di essere ammesso alla professione perpetua e in linea con la sua richiesta i superiori di lui dicono: “spirito religioso buono, discrete attitudini alla nostra vita attiva, alquanto indipendente riconosce i propri torti e fa sforzi per correggersi”. Nel settembre 1962 inizia gli studi teologici a Bollengo: è però costretto a interromperli in quello stesso anno per motivi di salute che si protrarranno per qualche tempo, in questi anni starà dal 1963 al 1965 a Genova Quarto e nel 1966-67 a Firenze. Nel settembre 1967 può finalmente ricominciare gli studi teologi a Monteortone (PD) e presso l’opera salesiana di Verona riceverà gli ordini minori per essere poi ordinato sacerdote il 19 dicembre 1971 a Torino nella Parrocchia di San Tommaso, ordinante il cardinal Michele Pellegrino. Belle le parole di don Gelindo che riconosce come “la lunghissima attesa e le molte incertezze sono diventate motivo di ulteriore riconoscenza al Signore il quale nonostante tutto mi ha condotto misteriosamente per vie impensate e alla fine non mi ha lasciato mancare la sua Grazia e Benevolenza. Egli sicuramente saprà completare l’opera coll’infondermi quella tranquilla sicurezza che deriva dal sapermi interamente nelle sue mani”. Don Gelindo subito dopo l’ordinazione viene inviato nella casa di Genova Sampierdarena dove svolgerà praticamente tutta la sua missione apostolica: resterà in questa casa ben 42 anni, dal 1971 al 2013. Cosa poter dire di questi lunghi anni passati nel servizio umile e discreto verso i giovani? Ci affidiamo alle parole di don Alberto Lorenzelli che ha condiviso con lui tanti anni di vita nella casa di Sampierdarena e non ha voluto mancare di inviare un vibrante ricordo: “Il lungo periodo vissuto a Genova Sampierdarena rimane uno dei luoghi più significativi del ministero di don Gelindo. Qui don Gelindo ha espresso pienamente il suo carisma: un salesiano capace di stare in mezzo ai ragazzi, di vivere il cortile come spazio educativo privilegiato, di costruire relazioni vere e durature. Giocava con loro, dialogava continuamente, sapeva ascoltare e farsi ascoltare, creando un clima di famiglia in cui ciascun giovane si sentiva visto, accolto e valorizzato. Grande amante dell’arte, don Gelindo non custodiva questo dono per sé, ma lo trasmetteva con passione ai suoi allievi, educandoli alla bellezza come via di crescita umana e spirituale. L’arte diventava per lui strumento educativo, linguaggio capace di aprire il cuore e stimolare l’intelligenza, occasione per scoprire i talenti nascosti dei ragazzi. La sua attenzione era particolarmente rivolta ai più poveri e ai più bisognosi. In loro riconosceva il volto privilegiato dei giovani a cui Don Bosco aveva consacrato la sua vita. Non si limitava a un aiuto occasionale, ma si prendeva cura delle persone, accompagnandole con pazienza, discrezione e fedeltà. Don Gelindo ha incarnato con naturalezza il Sistema Preventivo, fondato su ragione, religione e amorevolezza. Il suo stile educativo, fatto di presenza costante e di affetto sincero, ha generato nei ragazzi una risposta altrettanto autentica: l’amore ricevuto diventava amore restituito. Per questo è rimasto nel cuore di molti come un padre, un educatore, un sacerdote vicino.” Anche altri confratelli che hanno condiviso con lui un “pezzo di strada” nella casa di Genova lo ricordano con gratitudine e benevolenza, don Bruno Guiotto ad esempio, di lui dice: “…l'ho conosciuto molto disponibile a dare una mano e a dare consigli, specialmente in preparazione di feste salesiane ed eventi oratoriani. La sua presenza la notavi e lo sentivi : sempre contento e gioioso canterellava spesso... Un' anima bella, un vero salesiano ... il suo volto si illuminava quando incontrava o chiacchierava scherzosamente con i bambini.” Nel 2013 le condizioni di salute sempre più precarie, suggeriscono lo spostamento presso la struttura di Roma Beato Artemide Zatti per delle cure più attente e appropriate. Qui don Gelindo passerà gli ultimi dodici anni della sua vita. Di questi anni molti di voi possono dire tante cose e don Simone Indiati ha voluto ricordare in particolare un fatto che mette in evidenza dei tratti caratteristici di don Polato che non sono scomparsi nemmeno in questa comunità: “Un carattere non facile quello di don Gelindo”, scrive don Simone, “del resto, come deve essere quello degli artisti, ma capace comunque di grande sensibilità e gratitudine. Non faceva mai mancare i suoi auguri personalizzati nelle feste e nelle grandi occasioni. Nei sei anni trascorsi insieme ricordo un episodio in particolare: un giorno eravamo andati a fare una visita al Verano alla tomba dei Salesiani e, restando un po’ di tempo, propongo prima di tornare a casa, di entrare nella vicina Basilica di San Lorenzo che era aperta. Siamo entrati nella penombra e subito è rimasto rapito dalle colonne, dai capitelli, dal pavimento, ma soprattutto dalla bellissima cripta che vedeva per la prima volta. L’espressione che aveva nel volto era quella di un bambino davanti a tanti regali da aprire tutti insieme. Nei giorni successivi non faceva che ringraziare con la medesima espressione, per quella piccola deviazione non programmata. Era nel suo!” Don Polato ci ha lasciato per raggiungere il Padre all’alba del nuovo anno, nella mattina del 3 gennaio 2026. Guardando alla vita di don Gelindo, possiamo render grazie per alcuni tratti che parlano anche a noi, salesiani e comunità cristiana. La fedeltà nel quotidiano. Don Gelindo ha vissuto per decenni a Genova Sampierdarena, in un lungo servizio educativo e sacerdotale “di cortile”: insegnamento, presenza, relazioni, accompagnamento dei più poveri e bisognosi, con quella naturalezza tipica del Sistema Preventivo. La gioia che si sente. Un confratello ricorda che “la sua presenza la notavi”: contento, gioioso, spesso canterellava. È un dettaglio che dice molto: la gioia non cancella la croce, ma la attraversa; è segno del Vangelo vissuto. L’educazione alla bellezza. Il suo amore per l’arte non era un hobby privato: diventava linguaggio educativo, apertura del cuore e dell’intelligenza, scoperta dei talenti nei ragazzi. L’offerta della fragilità. Gli ultimi anni, vissuti con salute precaria, non sono stati “tempo perso”: sono stati un modo diverso di essere salesiano e sacerdote, lasciandosi servire, lasciandosi amare, continuando — per quanto possibile — a donare attenzione e gratitudine. E allora, nel giorno delle esequie, la parola “Convertitevi” non suona come rimprovero, ma come invito pieno di speranza: ritornate alla luce, tornate all’essenziale, lasciate che Cristo sia vicino davvero. La morte di un confratello ci scuote sempre: ci ricorda che il tempo è dono e che l’unica cosa che resta è l’amore. Affidiamo don Gelindo al Signore Gesù, luce del mondo. Preghiamo perché sia accolto nella casa del Padre, dove ogni attesa trova compimento e ogni ferita è guarita. E chiediamo per noi, come comunità salesiana e cristiana, la grazia di vivere ciò che san Giovanni ci ha consegnato: credere nel Figlio e amarci gli uni gli altri, senza paura, con cuore semplice, nella luce che non tramonta. Amen.
Di seguito alcune testimonianze di confratelli che lo hanno conosciuto:
don Alberto Lorenzelli: La notizia della morte di don Gelindo Polato ha suscitato profonda commozione e gratitudine in quanti hanno condiviso con lui un tratto di strada nella vita salesiana. È stato un confratello autentico, la cui esistenza sacerdotale è stata segnata da una dedizione semplice e totale ai giovani, secondo il cuore di Don Bosco. Il lungo periodo vissuto a Genova Sampierdarena rimane uno dei luoghi più significativi del suo ministero. Qui don Gelindo ha espresso pienamente il suo carisma: un salesiano capace di stare in mezzo ai ragazzi, di vivere il cortile come spazio educativo privilegiato, di costruire relazioni vere e durature. Giocava con loro, dialogava continuamente, sapeva ascoltare e farsi ascoltare, creando un clima di famiglia in cui ciascun giovane si sentiva visto, accolto e valorizzato. Grande amante dell’arte, don Gelindo non custodiva questo dono per sé, ma lo trasmetteva con passione ai suoi allievi, educandoli alla bellezza come via di crescita umana e spirituale. L’arte diventava per lui strumento educativo, linguaggio capace di aprire il cuore e stimolare l’intelligenza, occasione per scoprire i talenti nascosti dei ragazzi. La sua attenzione era particolarmente rivolta ai più poveri e ai più bisognosi. In loro riconosceva il volto privilegiato dei giovani a cui Don Bosco aveva consacrato la sua vita. Non si limitava a un aiuto occasionale, ma si prendeva cura delle persone, accompagnandole con pazienza, discrezione e fedeltà. Don Gelindo ha incarnato con naturalezza il Sistema Preventivo, fondato su ragione, religione e amorevolezza. Il suo stile educativo, fatto di presenza costante e di affetto sincero, ha generato nei ragazzi una risposta altrettanto autentica: l’amore ricevuto diventava amore restituito. Per questo è rimasto nel cuore di molti come un padre, un educatore, un sacerdote vicino. La sua vita è stata una testimonianza silenziosa ma eloquente di fedeltà salesiana. Nel ricordo grato dei confratelli e dei tanti giovani incontrati lungo il cammino, don Gelindo Polato continua a parlare con l’esempio di una vita donata, semplice e feconda, interamente spesa per Dio e per i ragazzi. (Santiago del Cile, 4 gennaio 2026)
Don Bruno Guiotto: Ho conosciuto d. Gelindo a Sampierdarena. Sempre molto cordiale, attento, premuroso negli incontri e relazioni (me lo ha confermato quest'estate , quando ,essendomi affacciato alla Zatti per salutare un confratello malato, lui mi ha riconosciuto e mi ha accompagnato fin sulla porta della camera). Carattere schivo e disponibile, evitava sempre di apparire. Spesso lo si incontrava con lo spolverino "da artista": dimostrava una certa indole e gusto artistico, creava belle bacheche e striscioni con parole di messaggio o di preghiera, con discreti disegni ed effetti colorati. In quello che poteva, l'ho conosciuto molto disponibile a dare una mano e a dare consigli, specialmente in preparazione di feste salesiane ed eventi oratoriani. La sua presenza la notavi e lo sentivi : sempre contento e gioioso canterellava spesso... Un'anima bella, un vero salesiano ... il suo volto si illuminava quando incontrava o chiacchierava scherzosamente con i bambini.
Don Simone Indiati: Stanza Polato. Questo era scritto sull’etichetta di una delle centinaia di chiavi a Sampierdarena. Ma don Polato per me non aveva un volto, era andato a Roma l’anno prima del mio arrivo nel 2014 e io l’ho conosciuto solo attraverso le decine di cartelli e avvisi che trovavo appesi ovunque con la medesima calligrafia. Un giorno, mentre cercavo altro, trovo la porta che si apre con quella chiave: è nella torretta centrale della casa, una stanza che sembra lo studio di un artista in cui il tempo si è fermato. Carta colorata, pennelli polistirolo, ordine, odore di vernici. Nel 2019 lo ritrovo a Roma in casa Sant’Artemide Zatti: un carattere non facile, del resto, come deve essere quello degli artisti, ma capace comunque di grande sensibilità e gratitudine. Non faceva mai mancare i suoi auguri personalizzati nelle feste e nelle grandi occasioni. Nei sei anni trascorsi insieme ricordo un episodio in particolare: un giorno eravamo andati a fare una visita al Verano alla tomba dei Salesiani e, restando un po’ di tempo, propongo prima di tornare a casa, di entrare nella vicina Basilica di San Lorenzo che era aperta. Siamo entrati nella penombra e subito è rimasto rapito dalle colonne, dai capitelli, dal pavimento, ma soprattutto dalla bellissima cripta che vedeva per la prima volta. L’espressione che aveva nel volto era quella di un bambino davanti a tanti regali da aprire tutti insieme. Nei giorni successivi non faceva che ringraziare con la medesima espressione, per quella piccola deviazione non programmata. Era nel suo! Ho pensato a quanto poco ci voglia delle volte per illuminare una giornata e anche più. Alla storia che ciascuno si porta dietro, interrotta forse, quando c’era ancora qualcosa da dire… Don Polato, chissà che espressione avrai adesso che contempli la Bellezza tutta intera!