Published On: 10 Settembre 2026

L’8 settembre, nella festa della Natività della Beata Vergine Maria, la nostra famiglia ispettoriale ha vissuto un momento di profonda gratitudine e festa: Francesco Lucianò e Francesco Maria Elia hanno emesso la loro prima professione religiosa, consacrandosi a Dio come salesiani di Don Bosco.

Un “sì” che conclude il tempo del Noviziato e apre un nuovo capitolo di vita donata ai giovani. Per ripercorrere le tappe della loro chiamata, custodire la grazia di questa tappa e guardare con fiducia ai prossimi passi del loro cammino di formazione, li abbiamo incontrati in questa intervista a due voci.

La comunità ispettoriale vi conosce e vi accompagna con grande affetto, ma dietro ogni “sì” c’è un percorso personale unico: raccontateci qualcosa delle vostre radici e di come Don Bosco ha incrociato per la prima volta la vostra vita.

Sono Francesco, sono nato a Prato (Toscana) nel 1998, e sono il primo di 4 figli, due maschi e due femmine.
Fino ai 22 anni ho giocato a basket e frequentato il mondo scout. A 22 anni ho deciso di trasferirmi a Roma per iscrivermi alla laurea magistrale, e, su consiglio di un salesiano cooperatore di Prato, sono andato a vivere al Sacro Cuore per un’esperienza di vita comunitaria. Qui ho conosciuto per la prima volta i salesiani. Tuttavia è stato nella casa salesiana del Gerini che mi sono innamorato del carisma, attraverso la vita comune tra salesiani e giovani e il servizio svolto insieme per i giovani del CFP.

Mi chiamo Francesco, sono nato a Latina e ho 22 anni.
Figlio di papà Mario e mamma Silvia, sono il terzo di quattro figli, due maschi e due femmine. Alla mia famiglia devo la mia fede.
Don Bosco ha stravolto la mia vita “solo “ però nell’estate del quarto liceo, quando a seguito dell’ER 2021, ho fatto esperienza di come l’amore del Signore Gesù mi incontrasse tramite i ragazzi del cortile.

Se doveste scegliere una frase del Vangelo, un pensiero di Don Bosco o un’immagine del vostro percorso di noviziato che riassume questo primo “sì” consacrato, quale sarebbe e perché?

Credo che sceglierei il dipinto di Rembrandt della parabola del Padre misericordioso. Dopo pochi mesi dall’inizio del noviziato ho capito che il mio percorso si sarebbe giocato tutto sul riuscire ad essere il figlio minore che si butta nelle braccia del Padre con tutta la sua povertà, e non il figlio maggiore che è apparentemente perfetto ma rimane lontano dall’affetto paterno. Direi che il noviziato mi ha aiutato proprio a iniziare questo cammino di ritorno a quell’abbraccio.

La vedova al tempio: “Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12, 44b)
Probabilmente è questa la frase che, per me, riassume meglio quest’anno di noviziato.
È stato un anno in cui il Signore Gesù mi ha chiesto di rischiare, di iniziare a prendere consapevolezza delle mie miserie, ma di non tenerle per me; di consegnarle a Lui e di lasciarmi incontrare dal Suo amore proprio nei miei vuoti. Ho iniziato a far esperienza che lasciare quelle “due monetine” costa, perché comporta il rischio di non avere più qualcosa di cui vivere, ma che, allo stesso tempo, ripaga, perché permette di scoprire che c’è Qualcuno per cui vivere. Questo primo “sì” è stato reso possibile dall’amore del Signore Gesù, che mi raggiunge gratuitamente tanto nella ricchezza della mia umanità quanto nelle mie ferite e fragilità più intime.

Con i primi voti si chiude il tempo del Noviziato e si apre una nuova fase del cammino di formazione. Con quali desideri, aspettative e attese vi affacciate a questo nuovo capitolo della vostra vita salesiana tra i giovani?

“Tra i giovani”… e tra i banchi dell’università! Per quanto riguarda i giovani ho un unico desiderio: poter stare in mezzo a loro. Per quanto riguarda la vita dell’università, spero che lo studio della filosofia mi aiuti a formarmi una coscienza critica, aprendo nuovi orizzonti di pensiero per poter poi aiutare i giovani a cui sarò mandato a non rimanere con un pensiero superficiale sulla realtà.

Con il desiderio di adempiere il più possibile all’articolo 2 delle Costituzioni: realizzare, insieme ai miei fratelli salesiani, il progetto apostolico del nostro fondatore, don Bosco: essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri.
Allo stesso tempo attendo di riprendere lo studio universitario per fare della mia fede una cultura e per formare sempre di più in me una coscienza critica da mettere a servizio dei giovani a cui sarò mandato.

La vostra professione è arrivata subito dopo i giorni del Meeting MGS, dove si è parlato di “scoperchiare il tetto” e di prendersi cura degli altri. Cosa sentite di dire oggi a un giovane che sta cercando la propria vocazione o che ha paura di fare scelte definitive?

Gli direi di cercare il Signore, e quindi di cercare una guida spirituale che lo aiuti a farlo. Per la poca esperienza che ho, più rafforzo il rapporto con Gesù e più riesco a guardare con verità alla mia vita, alla mia storia, alla mia vocazione. Ma questo io non son riuscito a farlo da solo: ho avuto sempre bisogno di qualcuno che mi accompagnasse in questo cammino per capire come crescere nel rapporto con Lui.

Un salesiano una volta mi ha detto: “Fra, se il Signore ti chiama, lo fa perché con la tua vita vuole rispondere a un grido più profondo… Mettiti in ascolto di quel grido: lì sarà la tua vocazione”. La ricerca vocazionale per me è stata questa avventura pazzesca, in cui entrare in relazione con una Persona viva, il Signore Gesù, che cerca e chiama proprio te e che, poi, si fida così tanto da dirti: “Io mando te”.
Per questo, a un giovane che si interroga, direi innanzitutto di iniziare a cercare un po’ di più, nel suo quotidiano, Colui che è l’autore di ogni vocazione, magari frequentandolo di più nei sacramenti; di trovare una buona guida spirituale e, infine, di non avere paura di fare fatica… anzi, di scegliere di fare fatica.