Published On: 5 Marzo 2026
don Giovanni Zarantonello

* Cornedo Vicentino, 03/06/1937 | + Roma, 01/01/2026

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Biografia

Don Giovanni Zarantonello nacque a Cornedo Vicentino (VI) il 3 giugno 1937. Entrò giovanissimo nella famiglia salesiana, iniziando l’aspirantato nel 1948 a Strada in Casentino. Dopo il noviziato a Varazze emise la prima professione nel 1954 e fu ordinato sacerdote l’11 febbraio 1965 nella Basilica di Maria Ausiliatrice.

Per molti anni si dedicò all’educazione e alla pastorale dei giovani nelle opere salesiane, in particolare ad Alassio e a La Spezia, dove svolse incarichi di insegnante, animatore e consigliere scolastico. Dal 1995 al 2002 fu direttore della comunità salesiana di Pietrasanta. Successivamente prestò servizio nella parrocchia di Maria Ausiliatrice a La Spezia-Canaletto, prima come aiuto-parroco e poi come parroco.

Nel 2009 fu trasferito a Firenze come collaboratore parrocchiale della Parrocchia della Sacra Famiglia. Dal 2020, a causa del peggioramento delle condizioni di salute, si trasferì nella comunità salesiana di Roma Sant’Artemide Zatti, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Il Signore lo ha chiamato a sé il 1° gennaio 2026.

Omelia

Carissimi,

oggi celebriamo l’Eucaristia con nel cuore un doppio sentimento: la luce ancora viva del Natale e il velo del lutto per la morte del nostro confratello salesiano sacerdote, don Giovanni. Ci ritroviamo con la gratitudine per ciò che il Signore ha compiuto nella sua vita e con il dolore umano del distacco. Ma la Parola di Dio di questo giorno ci prende per mano e ci porta proprio dove, in un funerale, abbiamo più bisogno di essere condotti: alla speranza che nasce da Cristo.

La prima lettura, dalla Prima lettera di Giovanni, dice una frase semplice e potentissima: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio”. Non dice: “lo saremo”, non dice: “forse”. Dice: fin d’ora. La fede cristiana non è un’illusione per consolarci, ma una realtà inaugurata nel Battesimo: siamo già dentro una storia nuova. Certo, aggiunge l’apostolo, “ciò che saremo non è stato ancora rivelato”: c’è un compimento che ci supera. Eppure c’è una certezza: “quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui”. Ecco la speranza che sostiene il nostro dolore: non stiamo salutando don Giovanni come uno che scivola nel nulla, ma come un figlio che torna al Padre, chiamato a diventare pienamente ciò che ha già iniziato ad essere.

Giovanni insiste su un altro punto: rimanere in Cristo. “Chiunque rimane in lui non pecca…”. Non è una frase moralistica, come se la vita cristiana fosse la gara dei perfetti. È un’indicazione vitale: il peccato, in fondo, è staccarsi, smarrire l’appartenenza, cercare la vita lontano dalla sorgente. La santità, invece, è dimorare: restare uniti, tornare sempre a Lui. E noi oggi possiamo dire, con umiltà e verità, che il ministero di un sacerdote è proprio questo: aiutare le persone a rimanere in Cristo —attraverso la Parola, l’Eucaristia, la riconciliazione, l’accompagnamento, la pazienza quotidiana.

E il Vangelo ci mostra come si rimane in Cristo: guardandolo, riconoscendolo, affidandosi a lui. Giovanni Battista vede Gesù e proclama: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. È una frase che nella liturgia ripetiamo a ogni Messa, prima della comunione. Oggi risuona con una forza speciale. Quando muore un confratello, quando la morte ci visita da vicino, sentiamo più chiaramente quanto sia vero che abbiamo bisogno di qualcuno che “tolga” il peccato: non solo le colpe personali, ma quel peso che opprime il mondo — la violenza, le ingiustizie, le ferite, le stanchezze, le tristezze che non sappiamo sciogliere. Gesù è l’Agnello: non schiaccia, non condanna; porta, assume, redime. E il cuore di questa nostra celebrazione è proprio questo: consegnare don Giovanni — con la sua storia, le sue fatiche, le sue fragilità e le sue grazie — alla misericordia dell’Agnello che toglie il peccato. Ma c’è un’altra parola decisiva nel Vangelo: testimonianza. Giovanni Battista dice: “Io ho visto e ho testimoniato”. La sua missione non è trattenere i discepoli per sé, ma indicare Gesù. Un sacerdote è così: non è il centro, è un segno; non è il padrone, è un servo; non è la meta, è una strada che conduce a Cristo. In questo senso, la vita di don Giovanni — come ogni vita sacerdotale vissuta con sincerità — è stata una continua ripetizione di quel gesto del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio”. Quante volte l’ha detto con le parole della liturgia! Quante volte l’ha detto celebrando, ascoltando, consigliando, correggendo, incoraggiando, facendo spazio a chi era lontano o ferito! E da salesiani, non possiamo non riconoscere un tratto particolare di questa testimonianza: portare Cristo ai giovani con il cuore di Don Bosco. La testimonianza non passa solo dai discorsi, ma da uno stile: la prossimità, l’allegria sobria, la pazienza educativa, l’attenzione ai piccoli, la fedeltà nelle cose ordinarie. Anche questo è “rimanere in lui”: costruire giorno dopo giorno, tra scuola e comunità, tra confessionale e cortile, una vita che dice — senza clamore — che Dio è Padre e che noi siamo suoi figli.

Don Giovanni è nato a Cornedo Vicentino (VI) il 3 giugno 1937, da mamma Luigia e papà Emilio. Nella Parrocchia di Muzzolone riceve il battesimo il 6 giugno del 1937 e successivamente, nel 1944, la cresima. Un documento del Vicario parrocchiale di Muzzolone del 1948, don Giovanni Grandi, dichiara che “Zarantonello Giovanni di Emilio, di anni 11, ha sempre avuto una ottima condotta, viene da famiglia esemplare, dà speranza di riuscita, è deciso ad abbracciare la vita salesiana”. Entra nella casa salesiana di Strada in Casentino (AR) per l’aspirantato nel 1948 e vi rimane fino al 1953. Nel 1953 entra nel noviziato a Varazze (SV) ed emette i primi voti nella Società di S.Giovanni Bosco il 16 agosto 1954 a Varazze. Nella domanda di ammissione alla prima professione, don Giovanni afferma di sentirsi chiamato da tempo alla vita salesiana e “dopo averla conosciuta, studiata e anche mi pare praticata” – scrive – “ spinto dall’unico scopo di poter con maggior facilità l’anima mia salvare c, con l’aiuto di Maria SS. Ausiliatrice, quelle di tanti altri giovani, presento umile domanda per essere ammesso a pronunciare i santi voti, come chierico, nella Congregazione Salesiana”. Don Giovanni compie gli studi filosofici a Roma dal 1954 al 1957. I superiori, nei giudizi di questi anni, lo descrivono come un giovane confratello “di carattere aperto e docile. Impegnato nei suoi doveri di pietà e nell’osservanza della Regola. Affezionato alla vocazione”. Terminati gli studi a Roma, svolge il tirocinio pratico a Genova Sampierdarena dal 1958 al 1959, poi ad Alassio nel 1960. Il 9 luglio 1960 emette la professione perpetua a Pietrasanta (LU), riconoscendo nella domanda di ammissione che “si sente spinto dalla convinzione che proprio la Congregazione Salesiana sia il posto fissatomi dalla Divina Provvidenza di Dio”. Per gli studi teologici, dopo un anno di Propedeutica svolto a Roma Sacro Cuore nel 1960-61, frequenta il Pontificio Ateneo Salesiano di Torino dal 1961 al 1965, conseguendo la Licenza in Sacra Teologia. Viene ordinato sacerdote nella Basilica di Maria Ausiliatrice l’11 febbraio 1965. Dopo l’ordinazione sacerdotale è impegnato come insegnante e animatore nella scuola di Alassio in un primo momento dal 1965 al 1968 per poi essere trasferito dal 1968 al 1980 a La Spezia presso l’Istituto San Paolo con l’incarico di consigliere scolastico. Nel 1980 l’obbedienza lo riporta ad Alassio dove rimarrà per 15 anni fino al 1995 con l’incarico di insegnante e vice preside. Nel 1995 è nominato direttore della Comunità salesiana di Pietrasanta (LU), dove sarà anche insegnante, e viene confermato fino al 2002. Nel 2002 viene assegnato alla Parrocchia di Maria Ausiliatrice di La Spezia-Canaletto con il compito di aiuto-parroco. Nel 2003 viene nominato Parroco della stessa Parrocchia di Maria Ausiliatrice di La Spezia-Canaletto. Scrive il Superiore, don Alberto Lorenzelli, presentandolo al Vescovo di La Spezia Mons. Bassano Staffieri, nel 2003, che don Giovanni “ha sempre manifestato entusiasmo e dedizione per l’attività pastorale sia negli ambienti scolastici sia nel servizio ministeriale richiestogli da parrocchie e comunità religiose”. Nel 2009 l’obbedienza lo porta nella Comunità di Firenze in qualità di collaboratore parrocchiale della Parrocchia della Sacra Famiglia. Il Superiore, nella lettera di obbedienza scrive: “Ti assicuro la mia stima, il mio ricordo nella preghiera, la gratitudine per la tua pronta disponibilità alla mia proposta e la riconoscenza, mia e della comunità ispettoriale, per tutto quello che hai fatto e tutto quello che farai nella tua nuova comunità. […] metti a disposizione dei confratelli che incontrerai tutte le tue risorse per costruire, nel nome del Signore, una vera comunità fraterna che testimoni il primato di Dio nella nostra vita personale e in quella comunitaria”. Dal 2020, le peggiorate condizioni di salute suggeriscono di spostare don Giovanni presso la Comunità di Roma Sant’Artemide Zatti per ricevere le necessarie cure e l’assistenza del caso. In questa comunità passa gli ultimi anni di vita: il Signore lo chiama all’alba del nuovo anno 2026, il 1° gennaio.

Il Salmo di oggi ci fa cantare: “Tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio”. Ecco ciò che chiediamo per don Giovanni: che ora veda senza veli quella salvezza che ha annunciato. E insieme chiediamo una grazia per noi: che questo momento non sia solo commozione, ma conversione della speranza. Tra poco, sull’altare, l’Agnello di Dio si farà di nuovo presente. Affidiamo a Lui don Giovanni: che lo accolga nella pace, che completi in lui ciò che è iniziato, che asciughi ogni lacrima. E affidiamo anche noi stessi: perché, continuando il cammino, sappiamo vivere da figli, rimanere in Cristo e, come Giovanni Battista e come Don Bosco, indicare Gesù a chi ci è affidato. Maria Ausiliatrice, Madre e Maestra, accompagni don Giovanni incontro al suo Signore e custodisca noi nella comunione e nella speranza. Amen.

Di seguito alcune testimonianze di confratelli che lo hanno conosciuto: Don Daniele Merlini: ho conosciuto don Giovanni negli anni di Firenze, quando io giovane prete, ero in quella comunità incaricato dell’oratorio e lui dal 2009 è venuto come collaboratore della Parrocchia della Sacra Famiglia. Ho sa dubito apprezzato don Giovanni, per due caratteristiche: la prima è la grande disponibilità da subito mostrata nei servizi della parrocchia e in quelli comunitari, aggiungendo anche il bel “servizio” di un orticello negli spazi attigui alla Chiesa da cui traeva buoni frutti e buone verdure per tutta la comunità! La seconda caratteristica erano le poche parole, non si perdeva in troppe chiacchiere e quindi in alcuni casi poteva sembrare un po’ scontroso ma a dire la verità non è mai stato così, almeno con me e questo era ancora più apprezzabile perché risultava invece molto concreto e questo anche nel rapporto con le persone della parrocchia di cui pian piano era diventato uno dei punti di riferimento. Don Simone Indiati: Ho visto don Zarantonello soffrire molto in Casa Zatti per la difficoltà il comunicare come avrebbe voluto. L’afasia lo rendeva nervoso e se la prendeva con sé stesso, quasi facendosene una colpa. Trovava uno sfogo occupandosi della grande terrazza, pulendo ogni giorno le foglie e sistemando a modo le piantine nei vasi. Allora potevi vederlo anche sorridere e tutto il suo volto, sotto le grandi ciglia bianche, improvvisamente si distendeva. Ricordo che ogni volta che il fratello Bruno e la signora Nazzarena venivano a trovarlo era una festa, e se non si potevano fare grandi conversazioni, bastava tenersi per mano, anche in silenzio. La parte difficile era salutarsi, quando tornavano al loro paese nel Vicentino. Tanto affetto, tanti ricordi e la grande verità che non servono tante parole a chi si vuole bene. Grazie e voi per avercelo ricordato.