Sistema scolastico pluralista e di qualità

intervista su Tutto Scuola

 

FrancescoMacrì, presidente della FIDAE (la federazione delle scuolecattoliche primarie e secondarie) traccia un bilancio del Disegno dilegge, approvato dalla Camera in questa intervista rilasciata aTuttoscuola.  

Cheimpressione ha ricavato dalle manifestazioni di piazza di questigiorni contro il DDL scuola 2994, appena approvato dalla Camera?

Non lenascondo che ho provato un certo fastidio. Adifferenza di quanto sembrava di capire nei mesi scorsi il DDL delGoverno Renzi sulla “Buona Scuola” è andato via via perdendoconsenso. Un misto di corporativismo sindacale e di ideologismopolitico ha trasformato il confronto in uno scontro duro su tutta lalinea riesumando vecchi slogan ad effetto: privatizzazione dellascuola pubblica, attentato alla libertà di insegnamento,aziendalizzazione dell’organizzazione scolastica, presidi sceriffoo faraoni, desertificazione culturale e via di questo passo. Sonoespressioni caricaturali che hanno poco a che fare con il vero DDLpresentato e discusso alla Camera. Si è trattato di un gioco verbalepirotecnico a chi le sparava più grosse piuttosto che di unariflessione approfondita dei singoli problemi, inclusi quelli“assenti” e che meritavano di comparire nell’articolato.

Inquesti ultimi vent’anni abbiamo avuto la sventura di assistere adun perdurante pregiudiziale antagonismo che ha boicottato qualsiasiprogetto di riforma venisse da sinistra, dal centro o da destra. Sitratta di una prassi tristemente consolidata che ha fatto sì che ilsistema scolastico italiano rimanesse molto indietro rispetto ad unasocietà che, invece, si evolve rapidissimamente ed attende rispostepuntuali e pertinenti. I risultati di questo metodo, che io definireiautolesionista, sono sotto gli occhi di tutti: standard di qualitàmediamente scadenti; larghe fasce di insegnanti demotivati, altepercentuali di ragazzi che abbandonano la scuola; conflittualità oscarsa collaborazione tra dirigenti, insegnanti, famiglie; mancatoriconoscimento sociale della funzione docente; curricoli lontani daisaperi della modernità; organizzazione iperburocratizzata einefficiente; alti costi economici rispetto alla qualità dei servizierogati.


Maperché si è andata a creare questa situazione di perenneconflittualità?

Dadecenni tutto il Paese auspica e vuole la riforma della scuola; ma di“quale” riforma si parli nessuno lo sa perché ognuno ha la “sua”riforma, su misura dei suoi interessi privati. In altre nazioni,pensi la Francia, la Spagna, la Germania, l’Inghilterra, è statopossibile far convergere abbastanza in fretta una ampia maggioranzasu un progetto di riforma e farla sentire come la riforma di tutti.E’ prevalso l’interesse generale su quello particolare. InItalia, finora, questo traguardo è rimasto lontano o appena peralcuni singoli aspetti lambito. Ci hanno tentato Berlinguer, DeMauro, Moratti, Fioroni, Gelmini. Perché? Molte sono le ragioni dinatura storica ed ideologica che ci possono aiutare a capire. Nevoglio richiamare una sola: la scuola italiana è stata per troppotempo “occupata” (sic) dalla politica, dal sindacato, dallaburocrazia. Ha finito così per perdere la sua identità, la suafunzione, la sua coesione, starei per dire la sua “dignità” ed“autonomia”. Sono stati creati artificiosamente solchi profondidi diffidenza e intolleranza reciproca. Da “comunità”, comedovrebbe essere, è diventata un semplice coacervo di soggetti chetirano ognuno per conto proprio. La scuola è stata trasformata inuna arena dove si combattono per delega battaglie ideologiche confinalità altre, si scontrano interessi corporativi e consociativi;gli studenti, ribaltando la realtà come dovrebbe invece essere, sonodiventati strumentalmente e inconsapevolmente “funzionali”all’apparato ideologico-istituzionale e agli interessi dei gruppibelligeranti sul campo. Cosicché ogni tentativo innovativo vienerinviato a dopo nella delusione e disaffezione generale.


Mavenendo nello specifico del DDL quali sono, secondo lei, gli aspettipiù moderni, se ci sono?

Cene sono molti e sarebbe stato bene che il dibattito, dentro e fuorile aule del Parlamento, avesse colto l’occasione per evidenziarli,precisarli, perfezionarli, arricchirli. Mi limito solo ad alcuni, perme tra i più significativi per fare della scuola statale una scuolameno ingessata, irrigidita di come è: l’autonomia, la valutazionee la rendicontazione pubblica, la formazione e valorizzazione delpersonale direttivo e docente, il potenziamento dei curricoli,l’apertura e il radicamento sul territorio, l’alternanzascuola-lavoro, il collegamento in rete, il coinvolgimento diretto ecompartecipato della società civile e del mondo produttivo al suofinanziamento, la messa in sicurezza degli edifici, lo sviluppo dellacarriera anche secondo criteri di premialità. ecc.

Pensiun attimo all’autonomia. In tutta Europa, là dove essa è statapraticata bene, si sono ottenuti risultati eccellenti per tutti e nonsolo per gli studenti. Ma, è ovvio che debba essere così, perchél’autonomia amplifica l’iniziativa, la creatività,l’immaginazione di coloro che nella scuola operano; spinge apercorrere strade nuove nell’ambito della didattica, dellapedagogia, dell’organizzazione, dell’utilizzo delle nuovetecnologie, nell’impiego delle risorse umane e finanziarie, ecc.;responsabilizza di più e insieme aumenta la motivazione e l’impegnoe quindi la “produttività”. In Italia, purtroppo, molti hannopaura che gli insegnanti abbiano margini maggiori diautodeterminazione; invocano sempre un tutor che dall’altoindirizzi e controlli. In questo mi pare di riscontrare un deficitculturale di democrazia, di consapevolezza del valore di unacittadinanza attiva anche in ambito scolastico. Si tratta di ungrigio retaggio storico che ci rende diffidenti verso ogni iniziativache parta dal basso, cioè dalla società civile, dalle singolepersone.

Analogheriflessioni si potrebbero fare su gli altri temi che ho accennatocome la valutazione del personale e della scuola, ma purtroppo lospazio di questa intervista è tiranno e mi impedisce di farlo. Masarebbero discorsi interessanti perché si affacciano sulla modernitànon solo declamata ma praticata, su quella Europa tanto citata quantolontana da noi.


Maallora per lei questo DDL è il migliore possibile?

Assolutamenteno. Ci sono molti aspetti che non condivido e tanti altri, assaiimportanti, che sono del tutto ignorati. In una audizione che hoavuto in Parlamento alla VII Commissione di Camera e Senato inriunione congiunta (l’8 aprile scorso) ho espresso una serie diriserve e di critiche. Ma ciò detto, sono dell’avviso che questoDDL poteva diventare un’occasione importante per coinvolgereattivamente tutto il Paese a rimettere al centro dell’attenzione lascuola, a produrre una grande riflessione collettiva che lamigliorasse e non invece a limitarsi a fare un’opposizioneintransigente su tutta la linea senza alcun distinguo tra unaquestione e l’altra col rischio, non solo paventato, che tuttoaffondi e si rimanga dove si è. Se questo si dovesse avveraresarebbe un dramma per il nostro Paese che sta pagando pesantementesui mercati interni e internazionali ritardi culturali eprofessionali lasciando sul campo milioni di disoccupati.Ricordiamocelo bene, milioni di disoccupati.

Lascuola è un bene di tutti e non di una sola parte politica, diqualunque colore essa sia. Tutti devono sentirsi in dovere di portareil proprio contributo. Nessuno può giocare con la scuola per finiche esulano da essa. Ritirarsi scontrosamente sull’Aventinorifiutando ogni confronto e gridare minacce e scomuniche in tutte ledirezioni non serve al Paese.

Degliaspetti deboli del DDL ne richiamo alcuni, anche se mi rendo contoche ci sono delle circostanze esterne che li hanno imposti alGoverno. Pensi alla massiva stabilizzazione dei 100 mila precari esoprattutto alle “modalità” di questa stabilizzazione; pensi aicriteri di selezione ed assunzione del personale direttivo e docentesecondo schemi (esami e concorsi) atti al massimo a verificare alcuneconoscenze teoriche ma non certo irrinunciabili competenze per chiesercita una professione così delicata e complessa come quelladell’insegnante-educatore come le capacità relazionali, lamotivazione, il profilo di personalità, la capacità dicollaborazione, di iniziativa. Nessun imprenditore privato al mondousa metodi di assunzione del personale di questo genere perché ilpunto di vista da cui lui parte non è quello di essere un“ammortizzatore sociale” ma di garantire un servizio o unprodotto di qualità.

Pensialla formazione professionale lasciata ancora nel ruolo dicenerentola nonostante, dai tempi di Berlinguer, si chieda da ogniparte a gran voce che abbia pari dignità culturale a quella dellascuola come peraltro si verifica in Europa. Pensi alla mole delledeleghe lasciate alla discrezione del Governo su materie di granderilievo sulle quali il confronto con l’opinione pubblica el’opposizione parlamentare sarebbe giusto e doveroso esprimesserole proprie valutazioni. Pensi infine alla vexata quaestio dellaparità scolastica.


Precisimeglio questa questione della parità scolastica, considerato che leirappresenta oltre 2500 scuole cattoliche paritarie.

IlDDL ricalca un modello di sistema scolastico pesantemente statalistanel senso che lo Stato è visto come soggetto unico ed egemone,legittimato a garantire istruzione e formazione. Un modello che nonsolo è anacronistico rispetto alla maturazione della coscienza deidiritti umani e civili, alla società della conoscenza che hamoltiplicato a dismisura le agenzie di informazione e formazione,all’ampliamento della platea dei milioni di soggetti aventi titoloall’istruzione e formazione per tutto l’arco della vita, ma anchein contrasto con alcune Risoluzioni dell’Unione europea e con unalegge dello Stato italiano, la legge 62 del 2000, che prefigura senzaambiguità, un sistema “integrato” nel quale scuola statale eparitaria cooperano e collaborano “insieme”, con la stessa“autorevolezza” e “dignità” rilasciando titoli equipollentie perseguendo obiettivi comuni che si identificano con il bene el’interesse del Paese.

QuestoDDL poteva essere una occasione propizia per far fare finalmenteall’Italia un passo in avanti nella direzione di una pienalegittimazione della scuola paritaria, sempre rinviata perpregiudiziali ideologiche, poste come invalicabile baluardo da alcuneforze politico-sindacali che non esito a definire oscurantiste.

Laparità scolastica è un rilevante problema di civiltà giuridicache, come prevede tutto il diritto internazionale, chiama in causail riconoscimento del diritto prioritario dell’individuo e dellasua famiglia se minore, di scegliere liberamente l’istruzione el’educazione e, quindi, la scuola che è l’istituzione pereccellenza preposta a questo diritto. Questo avviene in tutta Europa,anche se con modalità diverse. In Italia siamo rimasti quasiall’anno zero. La legge 62 del 2000 è stata e continua ad esseredisattesa dai Governi di destra e di sinistra.

Parolecome libertà, autonomia, sussidiarietà, cittadinanza attiva fannoancora paura a molti, in particolare se declinate sul versantedell’istruzione e dell’educazione. Si tratta di una cosa che èincomprensibile ed inaccettabile negli anni 2000.

IlDDL si concentra in esclusiva sulla scuola statale e per essaprefigura soluzioni interessanti pur con i limiti che ho sopraaccennato, ma ignora questa seconda dimensione del sistema scolasticonazionale: la scuola paritaria appunto. Si tratta di una dimenticanzagrave perché, a fronte dei crescenti e diversificati bisognieducativi della gente per tutto l’arco della vita, la mortalitàscolastica e l’abbandono scolastico, la disoccupazione giovanile,la crescita della domanda di formazione di qualità della societàcivile, il problema vero è quello di avere “più” scuole, non“meno” scuole, e più scuole di “qualità”. È sulla qualitàche si dovrebbe concentrare l’attenzione del dibattito e non sullanatura giuridica della scuola che eroga il servizio scolastico. Allafamiglia, all’alunno interessa una scuola che funzione, nonl’etichetta che la qualifichi “statale” o “paritaria”. Matant’è, in Italia ancora dobbiamo scontrarci per una questione di“dettaglio” (l’etichetta statale e non statale) e non per lasostanza del problema (qualità o non qualità del servizio educativoerogato).

Neiconfronti della scuola paritaria il DDL è stato troppo timido,omissivo, non coraggioso nell’affrontare un’opinione sindacale,giornalistica, lobbistica ostile, che si oppone facendo la vocegrossa pregiudizialmente alla soluzione di questo problema. È statomeno europeo di quanto avremmo voluto e desiderato.


Ma,mi scusi, nel DDL ci sono dei dispositivi a sostegno della scuolaparitaria.

Sì,ha ragione. Ci sono. Non esito affatto a riconoscerlo. Si riferisconoalla possibilità di una piccola detrazione fiscale per le famiglieche optano per le scuole paritarie e all’utilizzo di un credito diimposta, come avviene anche per quelle statali, per i soggetti chefanno delle donazioni liberali alle scuole. Si tratta di piccolissimesomme che certo non risolvono affatto i problemi di bilancio dellescuole paritarie, né sollevano le famiglie dal carico delle tasse diiscrizione e frequenza. Ma nonostante questo limite sono pure, e loabbiamo detto e scritto, un segno positivo con una notevole valenzasimbolica di cui noi diamo atto al Governo Renzi. Consideriamo questidispositivi, auspicando che se ne aggiungano altri goduti dallascuola statale, come quelli dell’esenzione dell’IMU, della TARI,del sostegno agli studenti portatori di handicap e con bisognieducativi speciali, ecc. come l’inizio di un cammino che possaavere sviluppi successivi, come un parziale e flebile riconoscimentodel servizio pubblico e di pubblico interesse reso dalla scuolaparitaria. Perché di questo si tratta, cioè del riconoscimento diun servizio legittimo e scelto dalla gente, e non della richiesta diun privilegio.


Licenziatodalla Camera il DDL è passato al Senato. Quali sono i suoi auspici?

Chepossa andare avanti con tutti gli emendamenti migliorativi ritenutinecessari. La considererei una iattura, se per una qualsiasiragione, dovesse essere stoppato. Si verificherebbe quanto attribuitoda quel proverbio inglese a chi butta via il bambino con l’acquasporca. La scuola italiana ha bisogno urgentemente di rinnovarsi neicontenuti, nelle metodologie, nella didattica, nei processieducativi, nell’organizzazione e gestione, nella governance. Nellascuola si gioca il futuro delle persone e dell’intero Paese. Senzaimproprie convergenze (perché la dialettica è il sale dellademocrazia) deve essere lasciata da parte ogni esasperata einconcludente conflittualità politica e ricercato il bene comune.Tutti i gruppi parlamentari dovrebbero sentirsi in dovere di metterela propria bandiera (cioè il proprio contributo di proposta e diriflessione) nel successo della riforma del nostro sistema diistruzione ed educazione. Alcuni passi positivi sono stati fattidurante i lavori della Camera. È auspicabile che altri si faccianoal Senato.



 

03/08/2015 Vai al dettaglio
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