Come San Domenico Savio

Così voglio fare anch’io quando ne avrò l’opportunità

 
Mi chiamo Morro, sono un giovane mussulmano di 24 anni, natoin Gambia. Sono emigrato dal mio Paese, Kaiaf, che avevo 16 anni. Perché sonopartito? Quando attorno a te non vedi un futuro, ma solo incertezza eprecarietà, la decisione di partire non è affatto una decisione libera, ma èuna dolorosa necessità.

Sentivo parlare di giovani del mio Paese, poco più grandi dime, che si trovavano in Libia da qualche anno e riuscivano a mandare nelle lorocase qualche soldo, guadagnato con fatica. A 16 anni un ragazzo ha solo sogniper la testa e così, con l’aiuto di Dio, sono partito anch’io per inseguire ilmio sogno.

Il viaggio non è stato facile: bisognava trovare prima ditutto i soldi; in Libia, tuttavia avevo degli amici, un riferimento importanteper non cadere nell’inferno dei campi di concentramento. Non è stato facile decidere,soprattutto perché sai di partire per un viaggio che ha una sola direzione, incui non c’è possibilità di ritorno. Nessuno si fermerà a portarti indietro sehai paura o se hai un ripensamento. Chi si ferma è perduto. Può esserci, unconvoglio delle U.N. che raccoglie i dispersi e li riavvicina al proprio Paese.Ma accade più spesso che si cada nelle mani di gente senza scrupoli e si venga tenutiprigionieri in qualche appartamento abbandonato, dentro una stanza chiusa achiave. Da lì non ti libereranno a meno che non paghi o se altri non invierannosoldi per comprare la tua libertà.

Sono arrivato in Libia e ho lavorato nei cantieri edili comemanovale sempre grazie ai connazionali che erano già sul posto. Poi a 17 anni ilsogno di attraversare il mare per raggiungere l’Italia si è fatto concreto.

Sono partito a notte fonda. La nostra barca aveva due piani. Ioho viaggiato stando di sopra, con il cielo come tetto. Dopo un giorno e lanotte successiva, una nave ci ha accostati e presi a bordo, togliendoci dallanostra precaria imbarcazione per farci sbarcare a Salerno. Potete immaginarecome il viaggio sia stato pieno di incognite e di paure che cercavo discacciare. La compagnia di persone conosciute e nella mia stessa situazione miha dato coraggio. Per me il peggio, del resto, doveva ancora venire. Al centrodi accoglienza di Salerno sono stato identificato e accompagnato a Roma; poi,dopo due mesi, mi hanno inviato a Gaeta in un centro di accoglienza per minori.

A Gaeta ho iniziato a studiare l’italiano ed ho chiesto asiloper avere il permesso di soggiorno. Solo in quattro parlavamo la mia linguad’origine.

Dopo il mio 18° compleanno da Gaeta ho raggiunto di nuovoRoma dove, al Centro Astalli, ho trovato persone che si sono prese cura di me.In questo periodo ho studiato e superato l’esame di terza media, poi ho pensatodi formarmi come operatore socio sanitario (OSS) iscrivendomi ad un corso. 

E’ qui che mi attendeva la prova più dura e non prevista: lamalattia. Mi sentivo debole e non riuscivo a stare in piedi, avevo dolori allaschiena e non sapevo a cosa fossero dovuti. Mi hanno fatto tutti i tipi dianalisi, anche una TAC al san Camillo. Dopo queste analisi mi hanno ricoveratoall’Ospedale Spallanzani. Qui sono rimasto spesso da solo in ospedale con nessunocon cui poter parlare. Una lingua che ancora non capivo bene. Sono statiquaranta giorni e quaranta notti in cui ho seriamente creduto di morire. Ma,evidentemente non era il mio momento…!

Sono guarito, ho ripreso lo studio ma è esplosa la pandemia delCovid e sono iniziate le lezioni a distanza: per chi non possiede un computer enon ha una connessione stabile seguire le lezioni non è per niente facile.

Così ho iniziato l’esperienza del Volontario del Serviziocivile, sotto il suggerimento di un’operatrice del centro Astalli. Tra iprogetti a disposizione ho scelto un progetto che si prende cura delle personeanziane, denominato “Sguardi”. Questo progetto è uno dei tanti presentati daisalesiani e dalle salesiane di don Bosco e si realizza presso la Casa Artemide Zatti. 

Al Sacro Cuore, la casa dei salesianivicina alla stazione Termini, avevo conosciuto la storia di Don Bosco, prete deigiovani, ed ho visto anche un film su di lui. Mi ha colpito il gesto diDomenico Savio, un ragazzo del primo oratorio di Torino: Domenico è molto buonoe deve distribuire il pane tenuto in una cesta ai suoi compagni che presto lasvuotano allegramente travolgendolo perché hanno fame. La mamma di don Bosco,che conosce Domenico, lo guarda e prima che si avvii verso i compagni, mettenella sua tasca un pane dicendo “Domenico, questo è per te”. Domenico vede lacesta vuota e vede che il più piccolo è rimasto senza pane. Quindi, prendedalla tasca il suo e lo da’ tutto intero al suo compagno che era rimasto tristee senza merenda. Questo gesto mi ha molto commosso. E mi commuove adesso ilfatto di portelo ricordare proprio qui a Valdocco, ai piedi della statua di donBosco, dove, in modo del tutto imprevisto, mi trovo da tre giorni comeaccompagnatore di un salesiano.

Ringrazio Dio per avermi fatto trovare persone che si sonoprese cura di me. Si sente parlare di accoglienza, ma pochi si chiedono imotivi che spingono a lasciare il proprio Paese. Spesso l’accoglienza èqualcosa di teorico che va bene solo se non c’è disturbo per chi ne parla…ecco, io ringrazio Dio, perché ho incontrato persone concrete, che, comeDomenico,  non si sono girate dall’altraparte.

Così voglio fare anch’io quando ne avrò l’opportunità.

Se penso al mio futuro, spero di poter contare ancorasull’aiuto di Dio e …ricambiare…


MorroKemo Fatty

     



 

Copyright © 2021 Circoscrizione Salesiana