Morte di don Giuseppe Puggioni

Della comunità salesiana di Roma Zatti


   



Omelia esequie don Giuseppe Puggioni

 

Sap 3,1-9; sal 102; Mt 5,1-12

 

Cenno biografico

Don Giuseppe nasce a Tivoli il 2/5/38 da Francesco e Rosaria, secondo di tre figli (ha un fratello e una sorella); già da bambino si trasferisce a Civitavecchia, dove frequenta  le scuole elementari (1945-1950) e comincia a frequentare l’Oratorio Salesiano nel 1946.
Nel 1951 inizia l’aspirantato a Gaeta fino al 1956. Il Noviziato è a Lanuvio nel 1956-1957 e il 16/8/1957 la prima professione. Il PostNoviziato (Liceo) a Roma - San Callisto e il Tirocinio a Santulussurgiu per tre anni. (1961-64). Nel 1963 don Giuseppe emette la sua Professione perpetua. Gli Studi di Teologia sono a Castellammare di Stabia (1964-67/68).
L’ordinazione Presbiterale è a Salerno il 3 gennaio 1968. Completa gli studi Universitari civili con la Laurea in Lettere classiche e l’Abilitazione all’insegnamento. Circa le tappe della sua presenza nelle case: Roma Borgo Don Bosco 1968 -1971; Genzano 1971-74; Roma Borgo Don Bosco 1974-1980; Sassari 1980-1981; Genzano 1981-1983; Roma - Gerini 1983-1985; Frascati - Villa Sora 1985-1989; Roma - Don Bosco 1989-1991; Roma - Pio XI 1991-1999; Frascati - Villa Sora 1999-2000; Roma - Pio XI 2000-2004; Latina 2004-2018; Roma - Zatti 2018-2021 da dove è passato al cielo ieri 20 ottobre 2021.

Salesiano a tutto tondo

Mettendo assieme le testimonianze dei confratelli emerge un don Giuseppe che sapeva “essere insegnante preparato ed esigente a scuola, animatore creativo e instancabile nelle attività para scolastiche, padre e amico con i ragazzi in cortile. Gli volevano veramente tutti bene, i ragazzi, i colleghi a scuola, i genitori e i confratelli” (don Gaetano Romano).

Quando era a Latina tra i suoi servizi pastorali, oltre alla visita a casa degli anziani, don Giuseppe era il “cappellano” della clinica San Marco di Latina. Non solo andava a visitare gli ammalti più volte la settimana e celebrava la Messa alla domenica mattina, ma faceva di tutto perché i malati del piano dell’hospice (malati terminali) ricevessero il conforto dell’Unzione dei malati. Si rammaricava quando i parenti rifiutavano tale conforto.

Finche la salute glielo ha permesso sì è sempre reso disponibile a svolgere i servizi che di volta in volta gli venivano richiesti: cura degli exallievi, celebrazioni alle varie comunità neocatecumenali presenti in parrocchia… (don Andrea Marianelli).

“don Giuseppe talvolta viveva tra le nuvole, noi lo chiamavamo bonariamente l’artista” (don Andrea M.), ma si accorgeva se un confratello passava un periodo di difficoltà, allora prendeva l'iniziativa, ti avvicinava e ti tirava su il morale con qualche aneddoto simpatico della sua esperienza di vita comunitaria, con una barzelletta strampalata inventata da lui e che faceva ridere solo per come te la raccontava, invitandoti a uscire la sera per fare due chiacchiere davanti a un boccale di birra.

Don Gaetano: “Amava don Bosco, ma soprattutto amava la congregazione, la comunità, soprattutto i confratelli”. Don Andrea: “Bontà d’animo coi confratelli che mostrava in tanti piccoli modi: uno per tutti: quando andava agli esercizi spirituali, in gita, in visita ai suoi parenti in Sardegna, tornava sempre con un pensiero per ogni confratello, talvolta personalizzato. Mai l’ho sentito parlar male di qualcuno”.

 

Simpatia e buon umore

“Con lui la comunità era sempre in festa. La sua bellissima giovialità rendeva belli tutti i momenti comunitari. Il re dalla barzelletta. Non ha fatto mai mancare il buon umore neanche nei giorni della sua malattia nella Casa Zatti” (don Maurizio Verlezza). Su questa sua caratteristica molto bella la testimonianza di don Leonardo Mancini: “L’ho visitato l'ultima volta a giugno scorso, di sera, in infermeria. Stava sonnecchiando. Don Gigi Barraccu che mi accompagnava lo ha scosso e gli ha detto: "guarda chi c'è qui". Accesa la luce, mi ha visto, mi ha sorriso e mi ha detto immediatamente: "allora, ci sta un francese, un inglese, un tedesco e un italiano…" e giù con la barzelletta! Un grande!”

 

La passione per lo sport

Era tanto amato dai giovani anche per la sua passione sportiva e calcistica in modo tutto particolare. Don Francesco Marcoccio ricorda: “Don Giuseppe per circa due anni, quando ero adolescente, veniva ogni domenica a Civitavecchia per celebrare l’Eucaristia nel salone-teatro per tutti i giovani dell’Oratorio. Ricordo con dolcezza le sue omelie perché interpretavano bene il detto di don Bosco “Amate quello che i giovani amano”. Infatti iniziavano sempre o racchiudevano un episodio tratto dallo sport, il calcio in particolare, dalla vita quotidiana o dai fatti di cronaca che attiravano molto gli uditori. C’era un profondo silenzio di ascolto. Poi a partire da questi innestava sempre il messaggio del Vangelo domenicale, la centralità di Gesù, la bellezza della relazione con Lui”. Don Giuseppe – ricorda don Gaetano Romano – passava con naturalezza dal commento delle ultime novità letterarie alla cronaca “di parte” dell'ultima giornata di campionato (era Laziale…).

 

Cultura e semplicità

Don Giuseppe era intelligente e colto ma sempre semplice e alla mano, “Aveva una profonda cultura, più volte mi ha passato libri, articoli da leggere. Quando gli veniva chiesto un pensiero per una “buonanotte”, soprattutto nel mese di maggio quando andavamo per cortili a recitare il rosario, tirava fuori qualche scritto, qualche articolo da cui trarre insegnamenti” (don Andrea).

 

La malattia

Ha affrontato una malattia lunga, per tanti anni. Non si è mai lamentato, mettendo sempre qualche battuta dentro i tanti momenti di sofferenza. Ha sempre mantenuto il suo sguardo sereno e il suo buonumore per quello che il fisico consentiva. Ringrazio la comunità A. Zatti che lo ha assistito amorevolmente, i confratelli, le Suore di Gesù Abbandonato, il personale.

 

Beati i poveri in spirito

Il vangelo delle beatitudini ci riporta come prima beatitudine l’essere “poveri in spirito”. È la beatitudine dei semplici. La semplicità porta all’animo lieto, anzi per don Bosco l’animo lieto e leggero viene proprio dall’avere una coscienza pura. Essa è tutt’altro che superficialità, ma confidenza nella grazia di Dio che permette di affidarsi come un bambino, senza che questo sappia di banale o di artificiale. La beatitudine dei poveri in spirito è quella che consente al Signore di meglio operare. “Credo di non esagerare” scrive don Giuseppe nella domanda di ammissione al presbiterato “nel dire che la mia forza consiste proprio nella mia debolezza”. San Paolo è divenuto il grande interprete di questa convinzione che – diciamo la verità – facciamo così fatica a fare nostra.

 

Maria

Concludiamo con un pensiero mariano che ci regala sempre il nostro don Giuseppe. Al momento dell’ingresso in noviziato scrisse: “sento che per la mia vocazione ho lottato e sofferto e la lotta continua. Io lotto e cado anche. A volte non vorrei vedere nessuno, neanche me stesso, fuggire tutti, ma sento che è solo pazzo orgoglio. Ma amo la mia vocazione. E sento un aiuto, una protezione da parte di Maria Santissima che fin troppe volte mi ha mostrato il suo amore. Le domando  [direttore] se posso andare al noviziato mettendo il mio capo ancora inesperto sotto l’occhio benedetto di Maria. Al richiamo della Madonna Celeste non voglio rimanere insensibile”.

Caro don Giuseppe, grazie per la tua vita donata a Dio, a don Bosco e ai giovani, grazie per tutto quello che ci hai insegnato con la testimonianza e la semplicità. Nel Paradiso Salesiano  dove sei adesso con don Bosco e Maria Ausiliatrice prepara un posto anche per noi.

 
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