Morte di don Giovanni Lai

Della comunità salesiana di Roma Pio XI

   


Omelia esequie don Giovanni Lai

 

Cenno biografico

Don Giovanni nasce ad Osilo (SS) il 12/11/1937. Il Padre Giuseppe operaio, la madre Angela casalinga. In famiglia sono 7 figli (ha 2 fratelli e 4 sorelle quando entra in Noviziato). Entra giovane in aspirantato, la prima parte della sua vita salesiana è tutta in Piemonte: l’Aspirantato a Ivrea (1950-1955), dove frequenta la Scuola media e il ginnasio.  Il Noviziato è a Chieri-Villa Moglia (1955-56), il PostNoviziato a Foglizzo, il Tirocinio a Mirabello e la Teologia a Torino-Crocetta con la conclusione a Roma (anni 1963-65, poi a Roma 1965-67) con la Licenza in Teologia 

Nel 1967-68 è a Torino - Crocetta in Oratorio; nel 1968-1983 nuovamente a Roma (allora PAS) per l’ Oratorio e come Docente di religione. Nel 1968 è eretta la Parrocchia e nel 1972 la Comunità di Roma-Santa Maria della Speranza. La Parrocchia nasce come UPS (che allora era ancora PAS e Ispettoria Centrale – Torino). Nel 1977 avviene il trasferimento definitivo nella allora Ispettoria Romana. Le tappe successive dell’apostolato di don Giovanni: Gerini Studenti (1983-84 come economo); direttore e parroco a Latina (1984-1992); a Roma-Sacro Cuore (1992-93 come Economo); a RM - Speranza (1993-99 sempre come economo); nel 1999-2002 è direttore parroco a Civitavecchia e poi arriva dal 2002 al 2021 a Roma - Pio XI nella Basilica di Maria Ausiliatrice.

 

a Roma-Speranza 

Scrive don Felice Terriaca: “Don Giovanni mi consegnava una fucina di attività: amante del Teatro e della Musica, impegnava i giovani a dare il meglio di sé nella realizzazione di Commedie Musicali e Festival della Canzone: una grande famiglia quella dell’Oratorio in cui ognuno trovava il suo ruolo… Tutto qui!? solo attività!? Assolutamente, no. Don Giovanni, burbero benefico, aveva il cuore grande del “pastore” che si prende cura e fa crescere… Gli anni del dopoconcilio lo hanno visto impegnato nel coinvolgere i giovani, nelle nuove forme di partecipazione alle celebrazioni liturgiche, con ritmi e strumenti più coinvolgenti”. E don Leonardo Mancini: “Ho conosciuto Don Giovanni da preadolescente. Era il mio insegnante di religione alla scuola media statale e l’incaricato dell’Oratorio di Santa Maria della Speranza. Don Lai voleva molto bene ai ragazzi e ai giovani, che erano al centro della sua attenzione e cura pastorale; e sapeva dimostrare l’affetto con la sua grande generosità: personalmente viveva in modo sobrio, ma per gli altri era pronto a dare tutto. Talora manifestava la sua cura nei nostri confronti in modo viscerale. Così viscerale che, durante i campeggi estivi (che radunavano aiuto animatori, animatori e famiglie), quando gli sembrava che alcuni ragazzi non stessero rispondendo in modo coerente alle proposte educative andava in crisi e stava così male da ritirarsi per giorni dalla vista degli altri. Sapeva chiedere aiuto e collaborare con gli altri: con i giovani, a cui non aveva timore di affidare responsabilità; con alcune famiglie, che diventavano punti di riferimento all’interno dell’oratorio; con i salesiani: io come tanti miei coetanei ricordiamo la bella collaborazione di don Giovanni specialmente con don Abbà ed il Sig. Giuseppe Bertorello. Ma anche lo spazio dato in oratorio al gruppo seguito da don Franco Lever o alle iniziative dell’allora studente di teologia Antonello Mura, oggi vescovo di Lanusei e di Nuoro. Don Giovanni riconosceva di essere un tipo testardo, però sapeva chiedere scusa se si rendeva conto di aver sbagliato”.

 

a Latina

scrivono i giovani – oggi adulti e genitori – da lui cresciuti a Latina: “Ci hai fatto amare don Bosco, Dio, perché tu li amavi follemente. Eri il Parroco di San Marco, forse se chiedessimo agli adulti di quegli anni direbbero che eri spigoloso, chiuso e qualche volta irritabile, per noi invece eri un Padre”.

Questi tratti mi pare descrivano bene don Giovanni: un carattere a volte difficile e scontroso, dalla scorza dura e che non le mandava a dire (e ne ho fatto personalmente esperienza anche io!).

“Se anche qualche volta era fortemente critico lo faceva perché infastidito da quel “meglio” che lui cercava di costruire (don Sergio Pellini)”.

Proseguono i suoi “ragazzi” di Latina: “Ci ha insegnato che il vero servizio è un dono gratuito senza limiti, senza remore, che una celebrazione poteva diventare il modo più bello per comunicare a tutti, specialmente agli altri giovani che servire Gesù riempie la vita e la rende unica. La preghiera diventava un modo per avvicinarsi a Dio con la gioia di Don Bosco la gioia che ti fa vivere il Paradiso qui sulla terra. Come non ricordare la montagna… Ci hai insegnato che si deve puntare in alto, che non si deve aver fretta, ognuno con il proprio passo può raggiungere la vetta … ma tu avevi sempre il passo dell’ultimo. Dobbiamo ringraziarti perché nessuno di noi sarebbe quello che è ora, donna, moglie, madre, padre, catechista, animatore se tu Don Giovanni non avessi fatto parte della nostra vita”.

 

la testimonianza di don Luca Pellicciotta
L’ho conosciuto a Latina nel settembre del 1991. Trent’anni fa! Avevo quindi 13 anni. In occasione della visita di san Giovanni Paolo II, i salesiani cercavano un tastierista per suonare a San Marco durante il momento dell’arrivo del Papa e della sua visita in cattedrale... Da lì sono rimasto con i salesiani! Don Giovanni mi ha sempre accompagnato, facendomi sentire “libero”. Con le sue battute, i suoi “guarda che …” mi ha saputo indirizzare e guidare.           Dopo tanti anni me lo ritrovo al Pio XI. Non ero ancora sacerdote. Mi ricordo la sua prima domanda quando mi vide: “Che fai qui? Ma sei proprio sicuro?”. Possono sembrare delle domande per ridere, ma sempre voleva dirmi qualcosa di altro, al di là delle parole. Ho avuto il dono di vivere con lui in comunità al Pio XI per 5 anni. Rivederlo e viverci insieme da salesiani, da sacerdoti, è stato come il compimento di un cammino, di un percorso iniziato in quel lontano 1991. Sono rimasto sconvolto nostro ultimo incontro. prima di uscire dalla sua camera, mi ha detto: Vai dove devi andare! In quella frase c’era la sintesi del mio rapporto con don Giovanni e soprattutto del suo stile educativo. Sempre attento, sempre delicato, sempre premuroso, ma mai possessivo. Ti lasciava libero, sapendo che il distacco avrebbe portato dolore, ma è quel dolore che una volta seminato, avrebbe portato molto frutto. E così è stato tra me e don Giovanni.  

 

Anche il vangelo che abbiamo ascoltato comincia con un invito di Gesù: non sia turbato il vostro cuore. Il turbamento è qualcosa di profondo, uno sconvolgimento che ci toglie la stabilità, i punti di riferimento. È una esperienza che prima o poi capita nella nostra vita; quello che viviamo in questo tempo lo testimonia. Davanti a questo turbamento Gesù dice che occorre avere fede in Lui perché Lui sta preparando una dimora e ci dice che c’è una via per raggiungerlo. Vorremmo tutti sapere la via, come quando don Giovanni portava i suoi ragazzi in montagna. Ma la risposta di Gesù è spiazzante e stupenda: non c’è una via, Lui è la via. Io sono l’unica via – dice Gesù – ma anche l’unica verità e l’unica vita piena, dice sempre Gesù. 

 

gli anni di Maria Ausiliatrice

Dice don Gino Berto: “Nella giovinezza è stato guida dei giovani che ancora ora lo ricordano, soprattutto all'Oratorio della Speranza e Latina, nella vecchiaia ha accompagnato spiritualmente tanti anziani infondendo speranza nel cammino verso l'incontro con Dio”. Ed ecco allora che molti ricordano alcuni tratti della sua esperienza qui al Pio XI nella parrocchia (don Felice Terriaca, don Claudio Tuveri, don Sergio Pellini, don Valerio Baresi, don Umberto Gaetini):

-    l'accoglienza dei fedeli nel confessionale; le mattinate e i pomeriggi, fino alla chiusura della Basilica, sono stati tempi d'incontro e ministero del sacramento del perdono, sempre vissuto con cura. L'accoglienza nel 'gabbiotto' della sacrestia lo ha visto protagonista di tanti incontri.

-    La battuta sempre pronta anche quando si intravedeva  la fatica di stare a disposizione dopo le lunghe ore del confessionale. 

-      il suo andare a visitare gli anziani e ammalati. Quante scale e ascensori lo hanno visto entrare puntualmente nelle case dei parrocchiani. Di ogni anziano o malato conosceva bene la situazione, ne ha accompagnati davvero tanti. Usciva col freddo e col caldo, con regolarità, seguendo con ordine il calendario degli incontri, anche quando la fatica diventava pesante. Di don Giovanni si può davvero dire che ha vissuto con fedeltà e dedizione il ministero di presbitero. “

-     sempre don Gino: “Da buon salesiano voleva morire sulla breccia, e c'è riuscito, quando era palese la gravità della situazione mi era difficile convincerlo a desistere e rinunciare a ogni tipo di impegno per ritagliarsi spazi di riposo. Espressione inequivocabile delle sue forti convinzioni era l' immediata risposta: "Avrò tempo per riposare".

-     Quanta gente lo ha cercato. Quanti continuavano a chiedere notizie della sua salute. Quanti hanno raccontato momenti di dolore, di consolazione, di affetto, di sostegno vissuti con Don Lai. Quante testimonianze di incredibile vicinanza: confessioni, direzione spirituale, comunione e conforto agli infermi e agli anziani, che adesso lo cercano e lo piangono come figli rimasti orfani. Sì. Orfani. Dice proprio così la gente: “Ho perso un padre…”.

-    "io personalmente ringrazio il Signore perché, attraverso di lui, mi ha amato incoraggiandomi a vivere la vocazione salesiana con profondità spirituale, intellettuale, comunitaria e pastorale. Quanti consigli nel prepararmi bene alla Messa; quanto incoraggiamento nel leggere, leggere, leggere, almeno un’ora al giorno per non restare arido;"

 

gli ultimi tempi

Sempre don Leonardo aggiunge: “Negli anni scorsi ho incontrato Don Giovanni in una modalità nuova, Lui mi presentava una revisione degli anni 70 una sorta di esame di coscienza… Ero consapevole di avere davanti un uomo, un salesiano, un sacerdote maturo, plasmato dalla vita, dalla malattia, dalla capacità di mettersi alla presenza di Dio e di rimettersi costantemente in discussione”.

 

L’esperienza della malattia, della sofferenza, della solitudine dell’ospedalizzazione, sono state molto forti per don Giovanni e lo hanno portato a una sintesi: “lì si lascia stare tutto il resto” mi diceva qualche giorno fa “si è con Gesù, solo Lui, io e Lui, non c’è nient’altro”. Torniamo al Vangelo: quella che va cercata non è una soluzione, ma un cammino con una persona: Gesù. si può dire che la sua vita è stata un'attesa del Cielo, riempita di una solerte e feconda pastorale nelle Case che ha abitato, spendendo senza risparmio le sue energie perché convinto che la causa valesse l'impegno. Grazie don Giovanni, parlavi continuamente del posto che Gesù ci prepara; tu prendi il posto preparato per te fin dall’inizio nel Paradiso Salesiano, con don Bosco, Maria Ausiliatrice ed anche con san Francesco d’Assisi (altro santo che tanto amavi).

Prepara un posto anche per noi.

 

 

 

 

 

 
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