Ancona: Centro diurno Il Faro

Due chiacchiere con Francesca Mira

 

Il Faro: un nome dall’importante significato metaforico, concretamente incarnato da questo Centro Diurno, che è punto di riferimento per l’intera comunità di Ancona col suo operato in favore dei minori in difficoltà. Quanti bambini e ragazzi accoglie attualmente il Centro?

Il centro ospita minori dai 6 ai 18 anni, organizzati per fasce d’età: 6 -10 anni, 11 – 14 anni, 15 - 18 anni. La provenienza dei ragazzi è eterogenea e rappresentativa della comunità anconetana. Il contesto di Ancona vive una forte spinta migratoria, dovuta in gran parte all’offerta lavorativa della Fincantieri, e di cui le presenze più numerose sono bangladesi, nigeriane e senegalesi. Il Centro riflette questa configurazione etnica, ma accoglie anche un certo numero di ragazzi da famiglie italiane. 

Anche il contesto socio-economico è variegato: non si pensi a povertà esclusivamente economiche, bensì anche (e principalmente) alle povertà educative, che più spesso caratterizzano bisogni e criticità dei ragazzi che accogliamo. 

Concludendo, quest’anno finalmente è stata varata la legge regionale che ha normato i centri diurni socio-educativi. Attualmente ospitiamo 12 minori, ma grazie alla nuova legge saremo riconosciuti dalla Regione per 16 posti. 

La peculiarità dell’intervento di un Centro Diurno è quella di essere “non invasivo”, e cioè di non sostituirsi alla famiglia del minore, bensì di affiancarsi ad essa. Come si trova questo equilibrio? 

Anzitutto è necessaria una premessa: ogni nostra attività discende fortemente da un sistema valoriale chiaro, fondante per il Centro. Che non può non essere il Sistema Preventivo di don Bosco. Ragione, Religione ed Amorevolezza sono i tre cardini da cui discendono le nostre proposte educative, sono -necessariamente - il razionale di ciò che facciamo.

Un altro elemento fondante delle nostre attività è la scelta di una proposta progettuale fortemente individualizzata. Per ogni minore viene stilato un progetto educativo personalizzato, individuando gli obiettivi su cui lavorare, ed in base a questo, si costruisce organicamente un quadro di attività da proporgli. 

Infine, il terzo principio chiave: la quotidianità. Tutte le attività proposte dal Centro si radicano in una quotidianità sistematica, nella ripetitività, nella prevedibilità. Che sono essenziali nell’intervento a favore di minori con problematiche di tipo educativo. Quasi sempre correlate a conflittualità intra-familiari, tali che per il nucleo familiare dei ragazzi è complesso esplicitare appieno le proprie funzioni educative e genitoriali, generando stabilità e sicurezza.

Il centro si affianca alla famiglia attraverso queste linee guida, che intendono essere complementari rispetto alla sua presenza, e di sostegno nell’educazione, nella crescita e nella tutela del bambino. 

Concretamente, che tipo di attività proponete ai ragazzi? Descriveresti una giornata tipo presso il Centro?

Durante il periodo scolastico, si articola più o meno così: i bambini entrano a partire dalle 12:30. C’è la fase in cui ognuno sistema le proprie cose nell'armadietto, e poi il pranzo. Fatto sempre di elementi domestici, familiari: la condivisione del menù, della gioia per una portata speciale. Segue un momento di riordino della sala da pranzo e poi il lavarsi i denti. Ribadire con precisione il susseguirsi di azioni apparentemente banali, può forse far sorridere. Ma si tratta di momenti fondamentali per i bambini, che così sviluppano attenzione e cura reciproca. L’educatore richiama il bambino a prendersi cura, e lui automaticamente si sente curato dalla figura adulta. 

C’è poi una fase di riposo e di gioco, in oratorio o all’interno della struttura, a seconda delle condizioni climatiche. Segue per i ragazzi il momento dello studio, in piccoli gruppi; e poi la merenda, preparata da loro a turno insieme agli educatori. 

Nella seconda parte del pomeriggio offriamo una serie di attività laboratoriali, dipendenti dai progetti educativi individualizzati. Alcuni bambini frequenteranno propriamente dei laboratori, altri saranno coinvolti nelle attività dell’oratorio (danza, basket, gioco libero nel cortile), altri frequenteranno attività sportive: va molto forte il contesto del rugby. 

Nel libro Per fare il faro, recentemente edito e scritto dal vostro staff di operatori, si racconta l’esperienza del Centro Diurno rispondendo ad alcune domande fondamentali. Volendo rispondere, pur sinteticamente, ad una di esse: come si integra l'esperienza di professionisti dell’attività educativa con la proposta salesiana, in un centro per minori?

Prima di tutto, spiegherei chi sono questi professionisti: tre educatori, con una formazione prettamente pedagogica, e poi io, che ho il ruolo di coordinatrice e sono una psicoterapeuta, con una formazione clinica e psicoterapica. Assieme al direttore dell’Opera Salesiana, don Vittorio Pisu, questa è l’equipe attiva. Sostenuta poi da una rete di altri professionisti. 

Rispondere a questa domanda è molto complesso: non si risponde una volta sola, ma ogni giorno. Parto dal dire che lavorare in un contesto come quello del Faro è molto rassicurante per un professionista. C’è un sistema valoriale molto chiaro, e semplice. Non in termini di superficialità, ma nel senso che non ha orpelli, ed è dunque efficace: sono estremamente chiare le direzioni del modello preventivo di don Bosco. 

E soprattutto, se lo si legge alla luce del proprio percorso professionale e formativo, è estremamente moderno, attuale, quasi profetico: vi si ritrovano svariati elementi della pedagogia e della psicologia moderne. L’idea di un sistema preventivo, è già di per sé moderna. 

Alla luce di questo, dando una risposta sintetica: al professionista, per operare in accordo con la proposta salesiana, è chiesto di non essere ego-riferito. Di non essere piegato su sé stesso e sulla propria professionalità, trincerato mentre dice “io so perché sono un professionista”. Bensì di mettere a servizio la propria professionalità, ed integrarla.

In un certo senso, mettersi in discussione come tramite per applicare davvero i principi educativi salesiani, e dunque intervenire con efficacia a favore dei minori?

Mettersi costantemente in discussione, essere disposti a valutare il proprio operato. Che è una disposizione essenziale sotto molteplici punti di vista. 

A proposito di questo, mi preme parlare di un progetto recente, in cui crediamo molto e che presto darà i suoi frutti. Il Centro ha intrapreso un percorso di valutazione in collaborazione con l’Università di Urbino, attraverso uno studio sulla qualità e sull’entità dell’impatto dei progetti educativi che finora abbiamo messo in atto. Lo studio è di tipo quantitativo, condotto dal Dipartimento di Statistica della Facoltà di Psicologia. Ringraziamo nello specifico la professoressa Manuela Berlingeri e la ricercatrice Angela Maccarone.

È una cosa cui teniamo molto, per via di un principio semplice: utilizziamo soldi pubblici, e crediamo sia fondamentale informare la comunità su come essi vengano investiti. È davvero utile quel che facciamo?  E possiamo migliorare il nostro operato, rimettendo in discussione quel che credevamo essere valido? Per questi motivi fondamentali intendiamo proporre un metodo: si può, e si deve, valutare in modo preciso e scientificamente fondato l’azione educativa. 

La fase sperimentale si è conclusa: è stato un bellissimo viaggio, tanto sfidante e complesso, specie perché condotto in piena emergenza pandemica. Immaginiamo che per i primi di ottobre realizzeremo un evento per comunicare i risultati, sia al mondo salesiano, sia soprattutto al comune di Ancona, al territorio e alle scuole, che sono stati coinvolti nello studio. 

Hai citato l’emergenza sanitaria: quali sfide impone questa difficile contemporaneità ad un Centro Diurno?

Tanti studi recenti dimostrano il disagio psicologico arrecato ai ragazzi dagli eventi estremamente stressogeni della pandemia, nel contesto italiano ed occidentale in genere. Le fasce d’età interessate dal Centro sono le più colpite dall’isolamento, trattandosi di fasi in cui, a livello evolutivo, la relazione è essenziale. 

Come il Faro pensa di poter rispondere a queste criticità? Offrendo relazione, vicinanza, scambio. Rispondendo al bisogno dei ragazzi di costruire appartenenza, per poi potersi costruire un’identità. E mettendo mano al grande disagio psicologico che è detonato in questi mesi.  Occorre ragionare anche su nuove soluzioni di adattamento alla situazione pandemica: si deve escludere l’isolamento assoluto, necessario in fase emergenziale ma dannoso sul lungo termine.

In seno al contesto del Centro Diurno è nato anche La bussola, progetto di sostegno al benessere psicologico degli individui. Perché uno spazio di riferimento per i singoli si rivela necessario e complementare rispetto alla forte vocazione comunitaria, fondata sui valori della condivisione e dell’amicizia, de Il faro?

La dimensione individuale chiaramente non esclude la dimensione comunitaria, e viceversa. Il gruppo non è l’annullamento del singolo, ma la sua magnificazione: egli raggiunge la sua pienezza quando è in un gruppo, integrato. E, perché una comunità funzioni, anche i singoli devono stare bene. A volte per questo non basta stare con l’altro, fare con l’altro: perché io possa condividere devo aver prima lo spazio per prendermi cura di me stesso, in momenti critici della mia vita. 

Il nome è molto evocativo: abbiamo immaginato che esista una bussola interiore, che a volte può non funzionare bene, non indicare più il nord. Ed abbiamo creato uno spazio in cui ci si ferma, e si cerca di ricostruire la propria bussola per poi tornare alla comunità.

Nel periodo estivo, i minori che accogliete hanno partecipato all’Estate Ragazzi dell’Oratorio Salesiano di Ancona. Come si relaziona il Centro con la realtà dell’Oratorio?

È significativa la nostra disposizione, a livello di struttura: siamo dentro la Casa, a stretto contatto con la Famiglia Salesiana. Visivamente già è chiaro quanto siamo integrati. La professionalità del Faro è a servizio della comunità salesiana, e viceversa: è un interscambio continuo. Nell’Estate Ragazzi, per esempio, la presenza dei nostri educatori a fianco degli animatori è stata sostanziale, ha fornito struttura, progettualità, competenze educative. E per i nostri ragazzi partecipare ad un’esperienza simile è stato fondamentale.

Il Centro non è, come spesso accade, ghettizzato, ma ben integrato nel contesto di un oratorio che è vero punto di riferimento per il territorio di Ancona, per cui la popolazione ha stima e fiducia. Vi basterà dire in giro di lavorare con i salesiani, qui ad Ancona, per essere sempre i benvenuti!

Una comunità che si occupa dei minori si occupa di sè stessa: questo, a ben vedere, potrebbe considerarsi il principio profondo che guida il vostro intervento. Perché un Centro Diurno è benefico non solo per le realtà disagiate, periferiche e dimenticate di un territorio, ma piuttosto per la comunità intera?

Voglio dare due risposte semplici ed essenziali. Primo: prendendomi cura dell’altro, mi prendo cura dell’ambiente in cui vivo, rendendolo migliore. Perché il mio ambiente non è fatto solo di case e di strade, ma anche di relazioni, di persone. 

Ed in secondo luogo, soprattutto: una comunità che si prende cura dei piccoli, si prende cura del proprio futuro. E con esso coltiva la Speranza.

 

 
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