Morte di don Luigi Ullucci

Della Comunità Salesiana di Roma Don Bosco


Omelia per le esequie di don Luigi Ullucci

Alla notizia della morte di don Luigi con don Roberto, direttore e parroco, siamo subito andati all’ospedale Vannini per cercare di vederlo, capire le cause del suo decesso, purtroppo non ci siamo riusciti e abbiamo deciso di ritornare a casa. Lungo la strada del ritorno squilla il telefono di don Roberto, era suor Lilly, responsabile del reparto dove era stato ricoverato da alcune settimane. Ci ha sorpreso la testimonianza di questa suora: "don Luigi nei giorni della sua degenza si era fatto benvolere da tutti gli operatori sanitari e anche gli ospiti erano felici per la sua presenza, li rallegrava cantando con i suoi famosi acuti, nonostante indossasse la mascherina dell’ossigeno, ma soprattutto celebrava ogni giorno la Santa Messa a memoria nel suo letto e in qualunque ora del giorno sussurrava le preghiere, anche in latino; il sabato sera la sua situazione di salute si era aggravata e ha detto alla suora “io sono pronto”, alle ore 7,37 di domenica mattina don Luigi è morto”, per lui si è così spalancata la vita eterna. Ma come fa uno a vivere una morte così? Come si fa ad essere pronti? Di solito dall’ultima scena di un film si comprende tutta la trama. Proviamo allora a ripercorrerla dall’inizio...

1. I tratti biografici

Don Luigi nasce a Versano di Teano (un piccolo paese della provincia di Caserta di circa 300 abitanti) il 21 luglio 1937. In famiglia Ullucci da papà Giuseppe agricoltore e da mamma Consiglia casalinga nascono sei figli: Luigi il primogenito, Angela, Mario, anche lui diventerà salesiano e sacerdote, Tullia, Giacomo, morto giovane per un incidente, e Severino il più piccolo. Dopo gli studi elementari e la scuola media compiuti a Teano, frequenta dai 16 ai 19 anni l’ultimo anno della scuola media e il ginnasio nell’aspirantato salesiano di Gaeta dal 1953 al 1956. Le osservazioni al termine dell’Aspirantato già delineano la personalità di don Luigi: "laborioso, con senso pratico, pio, desideroso di apostolato, un po’ suscettibile, applicato allo studio, gli piace la musica e il canto". Egli manifesta il desiderio di entrare nel noviziato salesiano nella sua domanda: "per diventare sacerdote nella congregazione salesiana, attendere con più facilità alla mia anima e per interessarmi dei ragazzi per i quali ho sempre avuto particolare trasporto perché diventassero più buoni. Durante le vacanze li radunavo per farli giocare” (come don Bosco). A Lanuvio compie il suo noviziato dal 1956 al 1957 al termine del quale emette la sua prima professione religiosa. I motivi che lo spingono sono "la gloria di Dio e la salvezza delle anime, sono consapevole delle difficoltà del cammino e del sacrificio che comporta, ma anche della fiaccola dell’amore che lo rischiarerà". Chiede al Signore che "mi aiuti a perseverare fino alla morte, ad avanzare sempre più in quella virtù angelica (castità-purezza), tanto cara al  Gesù e a sua madre, affinché un giorno per tutta l’eternità più da vicino possa godere dell’infinito amore del Cristo Gesù e della sua santissima Mamma”. Il giudizio del noviziato sottolinea altri bei tratti caratteriali: "allegro, socievole, aperto, di buona volontà". Dopo la prima professione viene inviato per il tirocinio pratico al Pio XI dal 57 a 58, poi a San Callisto per gli studi superiori dal 59 al 62, poi di nuovo il tirocinio al Pio XI dal 62 al 63 e a Cagliari dal 63 al 64. Durante il tirocinio a Roma Pio XI emette la sua professione perpetua. E’ bello ascoltare le sue parole nella domanda, davvero un bel quadro di spiritualità salesiana concreta: “rivivendo un po’ il mio passato l’ho visto cosparso di spine, di qualche piccola puntura ma l’ho visto pure coperto di un bel manto di rose. Ho provato un po’ di perplessità, ma il Signore mi ha dato forza e coraggio… in questi giorni ho compreso che la preghiera da sola non basta, ci vuole preghiera e mortificazione. Se manca o cessa anche per un solo istante la mortificazione necessaria alla santità e all’allegria salesiana, la preghiera non fortifica la volontà".

Dopo il tirocinio continua il suo cammino verso il sacerdozio studiando la teologia prima a Castellammare di Stabia dal 64 al 65 e poi a Salerno dal 65 al 68. Viene ordinato sacerdote a Salerno il 3 gennaio 1968. E’ significativo quanto scrive nella sua domanda: “dopo tanta tensione, studio e lavoro eccomi finalmente giunto al primo traguardo: il sacerdozio. Riconosco di non essere degno, e che mai lo sarò sufficientemente, ma confido in Colui che mi assume: Egli è misericordia, è vita e supplisce e agisce in me. Affermo e riconosco il mio impegno, il mio zelo per il trionfo dell’amore…”. 

Una volta ordinato sacerdote l’obbedienza lo porta a operare prima a Latina dal 68 al 69 come vice parroco nell’animazione liturgica e nello stesso anno a Villa Sora come assistente del liceo e insegnante di Religione, al Borgo don Bosco dal 69 al 70 come catechista e insegnante al CFP, a Lanusei come economo e insegnante alle medie dal 71-72, di nuovo a Villa Sora come catechista del liceo e insegnante di Religione dal 72 al 74, nel 74 arriva in questa parrocchia di Roma don Bosco e vi rimane per 17 anni fino al 1991 come insegnante e animatore liturgico della corale don Bosco, nel 91 viene inviato nella comunità di Villa Sora dove vi rimane per 22 anni fino al 2013 come insegnante di religione e vice preside della scuola media (il Vice), nel 2013 viene rimandato a Roma don Bosco come vice parroco e animatore liturgico fino alla sua morte. 

2. La parola del giorno: Dio non dimentica, la speranza, l’uomo

Don Luigi ha sempre avuto una grande attenzione alla Parola di Dio, per lui la preparazione alla liturgia era un momento sacro, il vero ascolto del Signore Gesù che parla con chiarezza. Facciamoci illuminare dalla parola della liturgia del giorno e cerchiamo di illuminare con essa la vita di don Luigi.

a) L’autore della Lettera agli Ebrei ricorda che "Dio non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso ai santi". E’ bello per ciascuno di noi sapere che i gesti di attenzione, di affetto, il tempo passato in cortile, le ore di insegnamento in cattedra, l’assistenza nello studio e l’ascolto paziente dei ragazzi, le prove dei canti, l’animazione liturgica, il ministero sacerdotale sono tutte espressioni del lavoro di don Luigi e della carità verso il Signore stesso, Dio non dimentica nessuna di queste azioni.

b) Sempre la lettera agli Ebrei ci dice che è impossibile che Dio mentisca, cioè prometta una cosa (eredi di una promessa, una discendenza, la vita eterna) e poi non la realizzi. Sarebbe davvero crudele un Dio nel quale abbiamo cercato rifugio, abbiamo confidato in Lui ed egli ci freghi. Questa cosa non è possibile. Ed ecco l’incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta, come un’ancora sicura per la nostra vita che entra fino ai cieli, dove Gesù ci ha preceduto. Ecco l’immagine che può aiutarci in questo momento: afferrarci ad una speranza certa che è Gesù sommo sacerdote. Nella lingua ebraica, ci sono vari termini che indicano la speranza, l’espressione più importante è il sostantivo “tiqwah” (speranza) che indica la “corda”: la speranza è significata dall’immagine della corda. In Giosuè 2-6, Rahab, la prostituta, ospita e nasconde gli esploratori ebrei nella città di Gerico che, di lì a poco, verrà distrutta. Essa chiede in cambio di essere risparmiata insieme alla sua famiglia e gli ospiti le promettono che sarà risparmiata a patto di lasciare davanti alla sua porta una cordicella rossa scarlatto. E così accade. Quella corda rossa diventerà il segno di speranza e di salvezza per lei e la sua famiglia. La Speranza non è una corda lanciata da noi (come il filo di una canna da pesca gettata in mare), quanto piuttosto è Gesù stesso che la lancia nei cieli e ce la porge, affinché noi la possiamo afferrare. Insomma la speranza non ce la diamo da soli, ci viene offerta da Lui, a noi il compito di afferrarla.

Lasciamoci guidare da questa immagine della speranza come una corda e proviamo a riscontrare in don Luigi, salesiano educatore prete, quali sono state le corde che gli hanno permesso di raggiungere il cuore dei ragazzi e delle persone adulte: 

la presenza in cortile: non possiamo immaginare don Luigi senza questo elemento così fondamentale per l’educazione dei giovani. Lui per più di 50 anni ha sempre iniziato la sua giornata dopo la preghiera comunitaria e la Santa Messa con l’accogliere i ragazzi in cortile. Una battuta, un sorriso, un grido, una pacca (pesante) sulla spalla a mo’ di scherzo e sempre con affetto, la consegna del pallone e di altri giochi erano le corde che gli permettevano il primo aggancio con i ragazzi. Quanti erano attratti da questo modo di fare così spontaneo, ma nello stesso tempo intenzionale per creare un clima di familiarità e di allegria. Era un amico in cortile prima dell’inizio delle lezioni, nella ricreazione di metà mattina e nella ricreazione dopo il pranzo (dove a volte si trasformava in barista e anche la merendina o le patatine diventavano un’occasione per entrare in relazione), all’uscita dal doposcuola. 

l’insegnamento: la fascia d’età di cui è stato educatore, eccetto per alcuni anni, è sempre stata la preadolescenza, il tempo della scuola media. Quanto è importante gettare le basi in questa età. I ragazzi che vengono “conquistati” durante le medie in una casa salesiana, conservano un forte senso di appartenenza e soprattutto, in un’età così plastica, non dimenticano gli insegnamenti che diventano indelebili per la vita. Ecco la seconda corda: don Luigi ha voluto sempre insegnare prima lettere e poi religione; attraverso il Vangelo, faceva gustare l’umanità di Gesù e apprezzare l’umanità di ogni ragazzo, la ricchezza dei doni di ciascuno. Per lui le tracce dei temi che affidava agli alunni e la lettura in pubblico diventano un mezzo pedagogico per tirare fuori ciò che ogni ragazzo/a timidamente portava dentro. Don Luigi promuoveva la capacità di esporsi in pubblico per vincere la timidezza, il suo era un vero e proprio lavoro da levatrice. Ha promosso la cultura della fraternità, del servizio, dell’attenzione all’altro, della solidarietà.

- la musica e il canto: Dio lo aveva arricchito di una voce potente da tenore (“che bella voce prete” gli disse una giovane indemoniata in un’esperienza a Canneto con i ragazzi) e lui, tale corda, non l’ha tenuta per sè, l’ha messa a frutto creando nei luoghi dove ha lavorato delle corali che diventano non solo lo spazio per cantare, ma per vivere una forte esperienza di gruppo e di famiglia. Cantare per sempre le lodi del Signore, rendere grazie al Signore con tutto il cuore erano le motivazioni che lo spingevano a invitare le persone a cantare (a volte con simpatia da vero e proprio “stolker”). La sua voce rallegrava anche i vari momenti comunitari, dove in ogni festa di compleanno o avvenimento della comunità c’era sempre il canto di don Luigi ('O sole mio, Torna a Surriento, Ave Maria…).

- la condivisione della Parola di Dio: questa era la corda “culmine" di tutte le sue azioni educative e sua gioia profonda era poter far parlare la Parola. Il vangelo poteva essere commentato da ognuno, a partire dai più piccoli fino agli adulti. Era per lui una grande gioia poter ascoltare i ragazzi negli esercizi spirituali commentare la Parola con la loro vita (gioie e dolori, fatiche e angosce) e nell’esperienza della Corale il momento più forte diventava la preparazione della liturgia con la condivisione della Parola di Dio della domenica.

c) Nel Vangelo Gesù ci ricorda che "il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. Gesù è Dio e profondamente uomo e rivela l’uomo all’uomo. Se vogliamo capire come siamo fatti dobbiamo andare da Gesù. Don Luigi aveva compreso questa verità. Chi lo avvicinava veniva colpito dalla sua ricca umanità. Sempre ricordando l’immagine della corda, anzi del cordone ombelicale per cui fin dalla nascita siamo destinati alla relazione, al “legame”. Non possiamo non fare riferimento alla sua terra. Don Luigi era figlio di agricoltori, era molto legato alla sua terra e alla sua famiglia d’origine. Aveva conservato i tratti tipici della gente campana: l’apertura, l’accoglienza, la convivialità e soprattutto il cuore. Voleva bene e sapeva farsi voler bene. Quanto è essenziale nella vita di uomo e di un salesiano tale caratteristica! Non si spiegherebbero senza questa umanità e questo cuore le centinaia di messaggi che sono apparsi sui social alla notizia della sua scomparsa.

Ora Gesù, il Risorto, che è Figlio dell’uomo, prende il seme del suo corpo mortale che verrà seminato nella terra e trasforma la sua umanità, purificata da ogni peccato, ad immagine del suo corpo glorioso e splendente. Per questo noi celebriamo l’Eucaristia e preghiamo per lui. Maria Ausiliatrice, che don Luigi ha sempre pregato e fatto pregare, intercede per lui e si fa mediatrice di grazia e di misericordia.

Concludo con il saluto di un ex-allieva di Villa Sora: “Caro don Luigi, ci sentiamo persi senza la tua Forza, ma ti immagino allegro a cantare libero e a dirigere il coro celeste mentre riprendi amorevolmente l’uno o l’altro perché seguano il tuo tempo! Non so se te l’ho mai detto a voce, col cuore tante volte, GRAZIE dal profondo, ti voglio bene e non ti scorderò mai! Buon viaggio caro don Luigi e da lassù veglia su di noi che in questa vita hai tanto Amato”.

 
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