Morte di don Pietro Pagotto

Della Comunità Salesiana di Roma Artemide Zatti


   

Omelia esequiale

Ap 14,1-3.4-5

Sal 23

Mt 7,21.24-29

 

Don Pietro nasce a Arcade (TV) il 10 novembre 1928 da Luigi e Adelia Rizzo. Frequenta la scuola elementare del paese e poi nel 1941 entra nel seminario vescovile di Treviso. Era in tempo di guerra e il suo sogno era di diventare missionario e andare in Giappone. Ma la Provvidenza aveva disposto diversamente. Nel 1945 esce spontaneamente dal seminario per difficoltà incontrate nello studio e due salesiani suoi compaesani gli parlano di don Bosco. Nel 1946 chiede allora di cominciare l’aspirantato salesiano a Trento dove si trova benissimo e dove resta fino al 1948. Sostiene gli esami di stato per essere ammesso al liceo classico ma non viene promosso. Questo gli impedisce di essere accolto nel noviziato della Ispettoria Veneta e il rischio di essere richiamato alle armi incombe. Si rivolge allora all’ispettore della Ispettoria Ligure Toscana don Giuseppe Festini. Le referenze sono ottime, molti  perorano la sua causa: il direttore di Trento don Calvenzani, il suo compaesano salesiano don Baldasso che fu decisivo nel convincere l’amico don Festini. Nel 1948 viene così accolto nel noviziato di Varazze. Nella domanda di amissione alla prima professione scrive: “inoltro questa domanda con la sicura coscienza di essere spinto ad abbracciare la vita religiosa da motivazioni soprannaturali”. Qualche salesiano, vedendo le sue fatiche nello studio, gli suggerisce di professare come coadiutore per risparmiargli la fatica della teologia. Perciò egli scrive nella stessa domanda: “per quanto sta in me è mia intenzione continuare nella congregazione salesiana lo stato ecclesiastico e in seguito accedere, se dichiarato degno, ai sacri ordini consacrandomi tutto come sacerdote salesiano alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime fino alla morte”.  La prima professione è a Varazze il 24 agosto 1949. Poi gli studi filosofici a Roma S. Callisto fino al 1951, quindi tre anni di tirocinio pratico a La Spezia S. Paolo dal 1951 al 1954, e poi gli studi teologici a Bollengo.

Interessante il giudizio con cui viene ammesso alla professione perpetua. Vi si legge tra l’altro: “…dimostra di essere ingegnoso e attivo. Di pietà viva e maturata nel sacrificio”. I giudizi di chi ne ha curato la formazione in vista del sacerdozio sono unanimi: Pietro non ha grandi capacità intellettuali, ma supplisce a questa mancanza con una grande tenacia, tanto studio e tanta pietà. Ha inoltre un carattere bonario e molto servizievole. Ha molte capacità pratiche. Diventa diacono il 1 gennaio 1957 a Bollengo e diventa sacerdote il 1 luglio 1958 sempre a Bollengo. La prima Messa la celebra a Novi Ligure, dove don Giusto – che lo conosceva bene dai tempi di La Spezia – era diventato catechista dell’aspirantato lì e voleva presentare agli aspiranti un modello di Salesiano riuscito.

Ecco i primi incarichi come salesiano presbitero: dal 1958 al 1960 di nuovo a La Spezia San Paolo come assistente. Nelle estati si dedicava ai ragazzi orfani del convitto. Dal 1960 al 1962 è a Livorno come consigliere dei convittori che frequentavano le scuole statali (“erano 144” amava ricordare don Pietro) e in estate seguiva la colonia a Calambrone dove ogni turno c’erano anche 350 ragazzi dai 3 anni in su. Dal 1962 al 1968 a Firenze Istituto come consigliere degli artigiani. Li vive nel 1966 l’esperienza dell’alluvione; poi catechista delle medie, poi come insegnante di educazione fisica, ruolo che continuerà dal 1968 al 1979 ad Alassio dove dà anche una mano all’oratorio. Dal 1979 al 1985 lo troviamo a Genova Quarto ancora come insegnante di educazione fisica e assistente alle medie. Nel 1986 accade una cosa importante: don Pietro viene mandato nella comunità di Figline Valdarno dove resterà fino al 2013: la sua permanenza più lunga e il suo grande amore.  Lì don Pietro si fa apprezzare seguendo gli Scout, il teatro, la catechesi. Nel 1996 viene nominato parroco della Pieve di San Romolo in Gaville, una bellissima pieve romanica, con tanto di museo annesso. Con le sue capacità e il suo grande cuore, Don Pietro trasforma la pieve in un oratorio. Nel 2013, non senza sofferenza lascia Gaville e Figline e approda nella comunità di Firenze Scandicci. Lì spende le sue energie seguendo la cappellania della vecchia parrocchia di San Giusto.

La scorsa primavera, in piena pandemia, i primi segnali di decadimento. Trascorre un periodo presso il Convitto Ecclesiastico, la casa di riposo del clero della diocesi di Firenze e poi viene trasferito nella comunità A. Zatti, dove è mancato il 21 novembre 2020.

Dice don Bruno Guiotto, che lo aveva conosciuto ai tempi del suo tirocinio a Firenze e poi ero stato con lui a Figline: “l’ho sempre stimato come sacerdote onesto e corretto, anche se col suo carattere a volte duro. Era sempre in movimento e pronto a fare fatiche, gli piaceva spostare macigni, cementare e poi saldare… noi lo chiamavamo “il Saldatore di Dio”. La sua solidità di sacerdote non derivava dalla scelta dei materiali da trasportare, ma dalla solidità della fede; una fede semplice e apparentemente senza turbamenti, forgiata davvero nel sacrificio. Spirito di sacrificio fino all’ultimo, come possono dimostrare a Scandicci, dove ha festeggiato i suoi 60 anni di sacerdozio nel 2018 e i 70 di professione nel 2019. Proprio a Scandicci si è fatto apprezzare per il suo sorriso e per il suo saper stare allo scherzo anche in comunità, come attesta don Giorgio Mocci, che assieme alla comunità lo ha amorevolmente assistito nei momenti di difficoltà legati al deterioramento del suo stato di salute e che ringrazio di tutto cuore.

Uomo di grande carità: con la gente sapeva essere semplice nel tratto e nello spiegare la fede; la gente lo amava e lo stimava. Era sempre sorridente, anche quando era commosso: occhi gonfi di lacrime e sorriso; in particolare erano i bambini a scioglierlo completamente. Un uomo povero, ci ricorda don Andrea Berardi: non aveva e non teneva nulla per sé, nella sua camera pochi vestiti, qualche documento e gli immancabili attrezzi usati a tutte le ore (per la gioia dei vicini di camera). Un uomo ubbidiente all’autorità e anche aperto ai giovani: ha saputo farsi da parte per far posto a confratelli più giovani di lui, come racconta don Andrea Marianelli che da prete novello arrivò a Figline e don Pietro gli lasciò i suoi cari scout.

Profondamente legato alla sua terra, sebbene non avesse lì più parenti, seguiva le notizie della sua diocesi di origine come tributo alle sue radici e non come nostalgico campanilismo.

 

Don Pietro aveva davvero fondato la sua vita sulla roccia di Cristo, come abbiamo ascoltato nel Vangelo. Non si spiega un’esistenza così felice, serena, ricca di pietà e aperta ai giovani, senza guardare alla roccia da cui siamo tagliati. Don Pietro ha conosciuto certamente anche tante fatiche, la serenità che si ricorda come tratto di lui quando se ne fa l’elogio funebre certamente cela anche momenti di fatica e di contrarietà, come ogni essere umano. La robustezza del suo fisico, che gli consentiva di essere insegnante di ginnastica, di resistere a grandi fatiche, di sopportare tanti lavori, di spendersi fino al sacrificio, era evidentemente poca cosa in confronto a quella dell’animo. Ma le forze fisiche, si sa, prima o poi se ne vanno; ed è successo – anche se molto tardi – anche a don Pietro. Non così per quelle spirituali, che invece dovrebbero tendere a rafforzarsi.

La prima lettura di oggi tratta dall’Apocalisse di Giovanni, ci parla dei salvati che seguono l’Agnello sul trono. Mi piace pensare che ci sei anche tu caro don Pietro, insieme a don Giorgio Rivosecchi, che ti ha raggiunto ieri sera.

Adesso caro don Pietro sei a murare e saldare in Paradiso con don Bosco. Ti chiediamo di preparare un posto anche a noi. 

 
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