Morte di don Giorgio Colajacomo

Direttore della Comunità Salesiana di Alassio

     

Omelia esequie don Giorgio Colajacomo

Alassio 10.10.2020

Liturgia:
2 Tm 4,6-8.17-18
Sal 33(34)
Lc 5,1-11

 


Carissimi,

è con grande trepidazione e commozione che viviamo questo momento e lo dico anche a livello personale. Venti giorni fa ci trovavamo tutti qui a festeggiare il 150esimo dell’opera di Alassio, circostanza assai rara per il momento in congregazione e ricordavamo come Alassio fosse stata la prima fondazione di don Bosco fuori dal Piemonte. E poi nel giro di pochi giorni la triste notizia della morte del caro don Tarcisio Faoro e la malattia, poi fatale, di don Giorgio. Saluto perciò con affetto la comunità salesiana di Alassio tanto provata e la CEP tutta e mi stringo a voi.

Non è semplicemente morta una persona di 80 anni, per cui si possa dire: beh, aveva vissuto la sua vita, è normale… No, qui avevamo davanti uno che pareva un ragazzino e non perché andava a ballare o faceva il giovanotto cercando di ingannare il tempo e di preservarsi in una vita lunga; la sua giovinezza era data dalla passione che ha messo in tutto ciò che faceva.  Proprio questa passione vorrei che trasparisse da queste parole che cercano anche indegnamente di dar voce agli innumerevoli messaggi di affetto e vicinanza arrivati in queste ore.

Don Giorgio nasce a Genova il 31 luglio 1940, da Vitaliano e da Antonietta Medda in una famiglia molto numerosa. Battezzato a Sampierdarena nella parrocchia di San Gaetano dove frequenta il gruppo di Azione Cattolica. A 9 anni entra in oratorio a Sampierdarena e a 15 anni sempre nella stessa casa salesiana diventa aspirante salesiano nel 1955. Dice don Giorgio: “già facevo qualcosa per gli altri nell’Azione Cattolica e nell’oratorio, ma ho compreso che se voglio davvero fare del bene a me a e agli altri è necessario che io dedichi interamente la mia vita al servizio del Signore con la consacrazione al sacerdozio”. Con queste intenzioni viene ammesso al noviziato di Pietrasanta nel 1957, al termine del quale emette la sua prima professione religiosa il 16 ottobre 1958 (tra qualche giorno sarebbero stati 62 anni di vita salesiana). Dal 1958 al 1959 è a Roma San Callisto per la conclusione degli studi liceali. Dal 1959 al 1962 vive l’esperienza del tirocinio pratico a Livorno. Dal 1962 al 1965 studia teologia a Torino Crocetta e dal 1965 al 1966 consegue all’UPS la licenza in teologia. Viene ordinato sacerdote a Roma don Bosco il 5 marzo 1966. Dopo l’ordinazione sacerdote lo vediamo a Livorno dal 1966 al 1981 prima come catechista del convitto, poi come animatore e infine come direttore, nel 1979 consegue la laurea in Pedagogia all’università di Genova e l’abilitazione all’insegnamento in Lettere, Filosofia e Scienze umane. Per le sue qualità nel 1981 viene inviato dai superiori maggiori a Torino, nell’allora ispettoria Subalpina, alla SEI dove rimarrà per 11 anni fino al 1992 ricoprendo anche il ruolo di direttore editoriale. Dal 1992 al 1993 vive a Genova Sampierdarena nella comunità ispettoriale per un anno sabbatico. Dal 1993 al 1996 è direttore nella casa di Alassio. Nel 1996 viene nominato ispettore dell’Ispettoria Ligure Toscana, incarico che porterà a termine nel 2002. Dal 2002 al 2011 è di nuovo direttore nella casa di Alassio. Dal 2011 al 2014 è direttore nella casa di Frascati Villa Sora. Nel 2014 fino al 2020 viene inviato come direttore nella casa di Perugia e poi ritorna nella casa di Alassio per la terza volta come direttore. Il giorno 25 settembre viene ricoverato in ospedale e a causa del COVID-19 la sua salute si aggrava sempre più, muore il giorno 8 ottobre.

Nel vangelo abbiamo una situazione che si riferisce al mare. Mi è sembrato opportuno questo riferimento per sottolineare la sua provenienza genovese. È nato in Liguria e in Liguria ha terminato i suoi giorni.

Quando pochi mesi fa gli ho comunicato la mia decisione di rimandarlo ad Alassio e gli ho chiesto se se la fosse sentita di andarci come direttore, all’inizio mi ha detto: “e perché no!? Alassio è casa mia!”; poi dopo qualche giorno: “senti, dimmi, ma non ti sembro un po’ incosciente ad accettare una sfida del genere?”.  Ma la sua non era paura, era anzi l’entusiasmo di uno che si sentiva un ragazzino, che sapeva che poteva dare un contributo importante e che avrebbe voluto ancora spaccare il mondo. Nella sua presentazione ai ragazzi qualche giorno fa scrisse infatti: “mi presento, sono il nuovo direttore… beh, proprio nuovo no, diciamo che sono il 29° direttore, ma anche il 24° e il 26°”. E lo sapevano anche nel Consiglio Generale e infatti nell’approvare quella nomina non mi hanno fatto l’obiezione dell’età: lo conoscevano anche loro. Tant’è vero che alla fine di luglio, durante il periodo di riposo che sempre trascorreva qui, sapendo che stavolta avrebbe dovuto rimanere, già mi aveva presentato una lettera di tre pagine con il suo “piano di attacco”.

Don Giorgio era così. “Chi ha tempo non aspetti tempo” poteva essere uno dei suoi motti. Diverse sottolineature che sono arrivate in queste ore evidenziano proprio questo suo aspetto: la fretta. Il suo sbirciare continuamente l’orologio metteva sul “chi va là” chi collaborava con lui. Eppure non era un superficiale o un semplice stakanovista: era una persona pragmatica, concreta che sapeva però prendersi tempi di riposo, sapeva godere delle cose della vita e sapeva farlo con i confratelli. I giudizi di coloro che ne avevano curato la formazione in gioventù manifestano la sua maturità, bontà, intelligenza e passione apostolica per i giovani, ma anche qualche nota di nervosismo e di spirito critico; mi sento di dire che aveva conservato questi tratti della personalità, ma li aveva integrati in una umanità armonica. La fretta diventava per lui una “corsa” nel senso paolino del termine. Abbiamo proprio proclamato e meditato questa parola di san Paolo – suggeritami da don Gino Berto che ha preceduto e succeduto a don Giorgio nella direzione di questa opera di Alassio – che ben si addice a lui:  “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”.

Il riferimento al mare è anche nella frase tanto cara a lui da metterla anche nel ricordino del 50esimo della sua ordinazione sacerdotale: “Signore, è così grande il tuo mare e così piccola la mia barca!”. Essa ci ricorda l’obiezione di Pietro di allontanare Gesù in nome della sua indegnità di peccatore. Quella risposta di Gesù che investì allora Pietro investe tutti noi oggi: “non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Non era semplicemente una rassicurazione, ma un rilancio. E infatti il vangelo conclude dicendo che i discepoli lasciarono tutto e lo seguirono.

La passione per i confratelli. L’espressione che i confratelli hanno ripetuto di più in queste ore di incessanti messaggi di testimonianza è stata proprio la sua attenzione alle persone e soprattutto ai confratelli. Ci sarà tempo e modo di raccogliere le testimonianze arrivate in queste ore. Don Giorgio non era un sentimentale, anzi era molto discreto e riservato, ma estremamente attento. Di poche parole anche nel dimostrare vicinanza, la dimostrava coi fatti. Lo ha fatto da direttore e da ispettore. Era una persona capace di delegare, di dare fiducia, di non apparire, pur essendo straordinariamente presente. La umiltà e la sua passione per i poveri era costante, anche se non così evidente. Mi piace ricordare un episodio non noto a molti: quando don Giorgio finì la sua esperienza alla SEI, esperienza ricca ma anche per lui molto dolorosa, andò a chiedere a don Gigi Zoppi la possibilità di dare una mano alla sua comunità d Tre Ponti a Livorno, al servizio degli ultimi. L’obbedienza lo portò altrove come sappiamo, ma questa passione nel cuore rimase sempre.

La passione per i giovani e la capacità di rinnovarsi. Papa Francesco, nel messaggio che ha inviato ai partecipanti il Capitolo Generale 28, ha indicato proprio nel restare ancorati ai giovani la fonte del nostro perenne rinnovamento. E questo non per quel “giovanilismo” che sempre più spesso questa società vive come paura di invecchiare e come paura del futuro. In don Bosco, e in don Giorgio suo discepolo, era invece la voglia di continuare a leggere i “segni dei tempi”, ossia le comunicazioni di Dio per noi nelle mutevoli condizioni della gioventù. La vita di don Giorgio è stata quindi un alternarsi di ruoli e situazioni. Un esempio su tutti: alla tenera età di 74 anni accetta l’obbedienza di Perugia e si getta per la prima volta in vita sua nell’avventura della formazione professionale, un’avventura tutt’altro che semplice, specie in Umbria. Studia le carte, i documenti e in breve tempo diventa il paladino dei giovani più poveri della formazione professionale, ponendosi interlocutore autorevole sia dal punto di vista istituzionale che salesiano.

Le passioni di don Giorgio erano tante, l’arte, la natura (pensiamo soprattutto al sole, al mare) la cultura, specialmente il giornalismo. Mi piace ricordare che proprio mentre stiamo celebrando il suo funerale ad Assisi viene beatificato Carlo Acutis, che ricorda appunto due delle passioni di don Giorgio: i giovani (Carlo è morto a 15 anni) e la comunicazione sociale (Carlo ne era un amante).

Una passione  del tutto speciale era quella per la Sampdoria. Non dovrebbe trovare posto in una omelia il riferimento calcistico, eppure se non lo facessi, tradirei una parte di don Giorgio. Pensiamo allo storico scudetto del 1991, alle visite ispettoriali “stranamente” coincidenti con il calendario della Samp, il transistor all’orecchio… sono delle immagini che chi lo ha conosciuto conserva  con un sorriso. Ma questa passione che qualcuno forse trovava scandalosa e fanatica, in realtà – come ha giustamente notato qualche confratello – era vissuta alla luce del sole, ne accettava le prese in giro e, seppure apparentemente difficile da conciliare con la sua immagine pacata, acculturata e signorile, contribuiva a rendere un quadro di lui ancora più umano e diventava anche un’occasione di sdrammatizzare preoccupazioni e tensioni. L’ultima volta che ho visto don Giorgio, alla fine di una giornata intensa di festeggiamenti per il 150esimo dell’opera di Alassio, non l’ho neanche salutato perché alla notizia che c’erano dei problemi sul collegamento televisivo su Juventus-Sampdoria, preoccupato di non riuscire a vederla, si è volatilizzato. Non me la sono presa e non ho rammarico neanche adesso. Lui era così. L’ultima partita di campionato la sua Sampdoria è andata a vincere sul campo della mia Fiorentina. L’ho pensato come un omaggio a lui e un incoraggiamento, non sapevo che fosse la partita di saluto.  

Metaforicamente parlando adesso don Giorgio ha finito la sua partita ed è rientrato negli spogliatoi. Vinto o perso, con la gioia di chi ha dato davvero tutto fino alla fine, con don Bosco: “fino all’ultimo mio respiro per i miei poveri giovani”. Così è stato. Potremmo umanamente dire che la sua carriera non era ancora finita e che questo terribile virus non doveva portarcelo via proprio adesso. Vero dal nostro punto di vista. Ma questi eventi – l’attuale pandemia è solo un emblema – non fanno altro che farci sentire ancora una volta piccoli, provvisori, bisognosi di àncore. Don Giorgio lo era per molti, ma aveva la sua àncora in Cristo Gesù. E sembra continuare a dire a noi quella frase che Gesù disse a Pietro e agli altri: “prendete il largo e gettate le reti”. Potremmo ben obiettare anche noi con Pietro: “Signore siamo stanchi abbiamo faticato tutta la notte…” per poi subito dopo continuare con lui: “sulla tua parola getterò le reti”. Che anche noi, a tutti i livelli, possiamo seguire l’esempio di don Giorgio che ha saputo seguire Gesù che lo invitava a osare. Qualcuno ha detto che Don Giorgio è stato un sognatore e un visionario con i piedi ben piantati per terra; ha avuto tante intuizioni, non tutte giuste ovviamente, ma sempre ha cercato solo il bene dei giovano e della congregazione, mai il suo interesse personale. Come scrisse proprio nella presentazione alla sua nuova-vecchia comunità di Alassio facendo suo il motto di don Bosco: “Nelle cose che tornano a vantaggio della gioventù, io corro avanti sino alla temerità”. 

Nel dolore abbiamo tanta consolazione. Un salesiano morto in prima linea, credo che avrebbe voluto così. Le nostre Costituzioni testualmente dicono che “quando avviene che un salesiano muore lavorando per le anime, la Congregazione ha riportato un grande trionfo”. È nella resurrezione che tutto si illumina. Le parole che ho cercato di dire sono un doveroso omaggio alla sua persona e un esempio per chi rimane, ma sarebbero lettera morta se non ci fosse la luce della Resurrezione. Con Don Bosco, Maria Ausiliatrice e i tanti confratelli che lo hanno preceduto lavorando per le anime Don Giorgio può davvero dire con San Paolo: “Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno. Egli mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli”. 

 

 
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