Morte di don Tarcisio Faoro

Dalla comunità salesiana di Alassio

 Ricordiamo Don Tarcisio con questo documentario realizzato qualche anno fa e intitolato "Senza figli" in cui don Tarcisio è uno dei tre protagonisti. 




Alassio, 25 settembre 2020

OMELIA per le esequie di don Tarcisio Faoro

1. I tratti biografici

Don Tarcisio nasce ad Arsiè (BL) il 13 luglio 1936 da mamma Pierina e papà Ludovico. In famiglia oltre a lui ci sono due fratelli e due sorelle. All’età di dodici anni (1948) entra per la prima volta nella casa salesiana di Cumiana nell’Ispettoria Centrale come aspirante nell’avviamento agrario. Nel 1950 si trasferisce nella casa salesiana di Penango sempre in Piemonte per frequentare la scuola media. Lì qualcosa non va e Tarcisio torna a lavorare nei campi col padre. C’è una lettera di don Giorgio Carrara, suo insegnante a Penango che intercede presso l’Ispettore della Ligure Toscana, sostenendone la vocazione alla vita salesiana per le ottime qualità intellettuali e morali, nonostante le difficoltà di salute (esaurimento) durante la frequenza della terza media, e pregando l’Ispettore di accettarlo nell’aspirantato di Strada in Casentino. Nel 1954 si sposta a Strada in Casentino (AR) per frequentare il 4° e il 5° ginnasio. Al termine del percorso scolastico fa la domanda di ammissione al noviziato nella quale manifesta "il desiderio di collaborare con Gesù alla salvezza delle anime, specialmente dei giovani e di essere accolto fra la schiera dei figli e dei sacerdoti di don Bosco… è consapevole che non andrà incontro a una vita senza difficoltà e dolori… la sua debolezza e impotenza non potrebbero sostenere tutto ciò, ma confido e ripongo ogni mia aspirazione in Gesù e nella Vergine Santissima”. I giudizi dell’aspirantato sono molto positivi a suo riguardo: pietà ottima, carattere felice, equilibrato e generoso, capacità buona, salute un po’ cagionevole.

Entra nel noviziato di Varazze nel 1956 e il 16 agosto del 1957 professa nella società di San Francesco di Sales. Dal 1957 al 1960 compie gli studi liceali e filosofici a Roma San Callisto. Dal 1960 al 1963 svolge il suo tirocinio pratico il primo anno a La Spezia e gli altri due anni ad Alassio. Al termine dell’esperienza di tirocinio fa domanda per la professione perpetua nella quale esprime: "desidero per amore del Signore Gesù Cristo di consacrare ogni parola, ogni opera, ogni pensiero per tutta la vita”. Viene ammesso alla professione con un bel giudizio nel quale si rivela "lo zelo e lo spirito ecclesiastico, la ricerca delle vocazioni, l’osservanza della vita religiosa, oltre ad una salute debole". Dal 1963 al 1967 studia teologia nello studentato di Messina, sono anni belli e ricchi di studio e di fraternità, nei quali di lui si sottolineano lo stile servizievole, la generosità nel lavoro, il carattere equilibrato e sereno e l’entusiasmo per la sua vocazione religiosa e sacerdotale, oltre alla ormai consueta osservazione circa la sua salute cagionevole. Don Tarcisio porta a compimento il percorso di preparazione al presbiterato con il vivissimo desiderio di essere ammesso, espresso nella domanda di ammissione. Egli è cosciente della grandiosità del dono e delle sue povere forze ma “mi abbandono nelle braccia amorose e onnipotenti di Colui che mi ha chiamato a progredire fino alla misura dell’uomo perfetto, secondo la misura della perfezione di Cristo. So che Egli mi ama con amore di predilezione e per questo mi ha chiamato ed eletto e quindi predestinato ad essere conforme a Cristo. Egli che ha cominciato l’opera la porterà a termine. A me non resta altro che rispondere generosamente, aprire la mia anima all’effusione del suo dolce Spirito e dargli tutto me stesso, affinché Egli mi santifichi e mi adoperi per la santificazione dei miei fratelli e l’edificazione del corpo di Cristo”. Il 22 marzo 1967 viene ordinato sacerdote dal vescovo di Padova nel suo paese natale Arsiè.

E’ possibile dividere la sua vita di salesiano sacerdote in due grandi periodi con un epilogo finale. 

Il primo periodo, di circa venti anni, va dal 1968 al 1987 e lo vede impegnato in diversi servizi nelle comunità salesiane della Liguria. Nel 1968-69 è a La Spezia San Paolo come consigliere e insegnante, dal 1969 al 1970 è ad Alassio come catechista della scuola media, dal 1970 al 1972 è a Genova Quarto come catechista della scuola media e responsabile della Residenza universitaria, dal 1972 al 1982 è nell’Istituto di Genova Sampierdarena come insegnante e incaricato dei Salesiani cooperatori, dal 1982 al 1987 nella parrocchia San Gaetano di Genova Sampierdarena come vice-parroco. 

Il secondo periodo, di più di trenta anni dal 1987 al 2019, viene vissuto in Toscana nel comune di Scandicci, non lontano dalla comunità salesiana della parrocchia di Santa Maria madre della Chiesa, ma da solo e a servizio dei ragazzi più poveri senza famiglia ai quali don Tarcisio ha fatto da padre in quella casa che ha voluto chiamare “mamma Margherita” per sottolineare il tipo di accoglienza e di cura che voleva dare ai “suoi” giovani. 

Infine il breve tratto finale della sua vita, di circa un anno, lo vive ad Alassio, dove nel settembre del 2019 viene trasferito, rientrando in comunità, e dove il 22 settembre 2020 ha concluso la sua vita terrena ed entrato in quella eterna.

2. La Parola di Dio del giorno

La domanda sull’identità di Gesù è provocata da lui stesso ed è rivolta ai discepoli. E’ una domanda alla quale in una vita non si può sfuggire, pena il non senso. Le folle nel vangelo danno risposte onorevoli, ma non colgono la verità essenziale. Solo Pietro, illuminato dal Padre, dichiara con forza che Gesù è l’Unto, il Messia, il Cristo, il Figlio di Dio. Celebrare le esequie di un battezzato, consacrato e sacerdote è riconoscere la signoria di Gesù. Don Tarcisio lungo l’arco della sua lunga vita ha testimoniato fin dall’inizio che Gesù è Signore, ma ha accresciuto tale professione di fede nelle diverse età della vita (preadolescenza, adolescenza, giovinezza, vita adulta, anzianità e vecchiaia) cogliendone aspetti sempre rinnovati e ha conservato la fede in Lui fino all’ultimo momento della sua esistenza terrena. La professione di fede in Gesù comporta una conseguenza faticosa da accettare: la sua grande sofferenza, il suo rifiuto, la sua morte e la sua risurrezione. Chi crede in Lui, nel fare esperienza della sua sequela, accetta e vive la stessa dinamica pasquale di passione, morte e risurrezione. Non c’è fecondità senza la morte di croce, né per il maestro, né per il suo discepolo. Nel corso della vita di don Tarcisio ci sono delle tracce che rivelano la conformità con il Signore che lui ha amato e seguito. Egli ha vissuto per alcuni anni da solo come salesiano il servizio ai giovani, tale esperienza che è stata scelta e legata ai bisogni umani e alle circostanze che Dio gli indicava, è assimilabile alla vita in esilio del popolo d’Israele. C’è una patria, una terra promessa che sono i giovani, ma c’è anche una terra e una patria che è la comunità dei fratelli che vivono insieme la missione, in quest’ultimo aspetto Don Tarcisio per alcuni anni ha vissuto una solitudine educativa che spesso negli incontri informali manifestava. Tale situazione non gli ha impedito di essere un padre, di lottare per i suoi ragazzi, e di far passare vita e vita in abbondanza. Tutto ciò non è stato esente da incomprensioni, da giudizi, da avversità: ecco il mistero pasquale vissuto insieme al suo Signore. 

C’è un tempo per tutto dice Qoelet, anche nella vita di don Tarcisio, parafrasando l’autore sacro, c’è stato un tempo per vivere in comunità in situazione di vita salesiana ordinaria e un tempo per vivere fuori della comunità, in situazione straordinaria e a volte in contrasto con i superiori religiosi, a servizio dei giovani più poveri. Se andassimo ad indagare le motivazioni probabilmente ne potremmo trovare in movimenti storici di rinnovamento verso i poveri che hanno spinto alcuni salesiani pionieri a occuparsi delle ferite sociali, a riconoscere negli abbandonati e negli esclusi della società il volto di Gesù, a lavorare a stretto contatto con le istituzioni nel mondo del disagio giovanile. Ciò è quanto si legge in quanto accaduto, ma le ragioni più profonde del suo impegnarsi per i giovani poveri sono state la risposta a un desiderio profondo di seguire il Signore e di servirLo nei più abbandonati, nelle periferie esistenziali delle città. Vivere con i giovani e per i giovani è il senso dell’esperienza della casa “Mamma Margherita” che, come un porto di terra, ha accolto ciascun giovane, senza discriminazione di razza, di cultura, di religione, nel punto in cui si trovava, per farlo crescere e diventare uomo, riconoscendone la dignità anche quando questa veniva oscurata. 


L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa. E’ vero che anche se 84 anni sono tanti per un uomo, per chi li vive passano presto. L’idea dell’ombra è da un lato eloquente per la velocità con la quale si sposta legata al sole e al tempo che passa, eppure proprio l’ombra, anche se passa, quanto è preziosa e refrigerante in una giornata di caldo torrido! Così è bello pensare don Tarcisio per tante esistenze giovanili avvicinate, un luogo di riparo dal caldo, dalle difficoltà della vita, dalle ferite di affetto generate da un passato doloroso e un luogo per ripartire per ritrovare dignità, imparare un lavoro, apprendere il senso della vita, intravvedere la testimonianza di una persona che ha incontrato Gesù ed è diventato come Lui un buon Pastore. 

3. Alcune testimonianze su di lui

Don Domenico Ricca dice di don Tarcisio: “Don Tarcisio conosceva bene il territorio, lo praticava, era uno dei nodi forti della rete sociale di allora. E comunque essere stato suo ospite mi ha convinto sempre più di come don Tarcisio ci fosse nel quotidiano dei ragazzi, per esaudire i loro bisogni primari, una casa, un letto, il cibo, un progetto pensato e costruito con loro. I ragazzi erano la sua una narrazione vivente, concreta. Possiamo dirlo con certezza, la sua era una vera pedagogia della presenza. Don Tarcisio riposa in pace”.

Don Gigi Zoppi che ha condiviso con don Tarcisio la passione per gli ultimi testimonia: “un caro amico che si è speso per i giovani e i più piccoli, provati duramente dalla vita e dalla emarginazione, offrendo loro una casa, una famiglia, la premura di un padre che è loro mancato, come don Bosco”. 

Il sindaco di Scandicci dice: "A notte fonda don Tarcisio ci aprì le porte per accogliere persone stanche, affamate, impaurite, senza un posto dove stare, senza chiedere, facendo. Così é stato per anni con i ragazzi difficili, con il fragile percorso di reinserimento sociale di giovani che ne avevano giá viste abbastanza, sempre in collaborazione strettissima con i nostri servizi sociali e con una operositá silente, originale, tutta veneta. Impossibile non volergli bene”.

Un suo stretto collaboratore scrive: “nel 1987 su invito e richiesta dell'allora ispettore don Liberatore accetta di trasferirsi in Toscana dove, dopo alcune sistemazioni ed esperienze complicate da un punto di vista strutturale,  approda nel 1989 a Badia a Settimo dove inizia la sua più che esperienza di accoglienza. Alcune caratteristiche risaltano immediatamente: l'attenzione al singolo ragazzo, la voglia di stare con loro, l'interesse perché finissero gli studi, la ricerca del lavoro. Ha avuto la forza di attualizzare costantemente e con continuità quel sistema preventivo di don Bosco che lui ha sempre visto come bussola della sua opera. Si è esposto tanto per i ragazzi accolti, ci ha messo la faccia, si è compromesso per fargli avere le migliori opportunità. Non mancavano le gite, il mare d'estate, la neve d'inverno come giorni di festa in un clima di vera famiglia. Mai, ha guardato quel ragazzo con gli occhi giudicanti di chi sapeva quello che aveva combinato, ma sempre nell'accoglienza fatta di tutte le attenzioni possibili in un continuo bilanciamento tra severità e concessione. Nel ricordarlo come confratello dedicato ai giovani vorrei sottolineare una particolarità che tempo fa ho scoperto: nei 30 anni di esperienza a Badia a Settimo per tutti i giorni della settimana ha sempre voluto preparare da mangiare a pranzo e a cena per i ragazzi e per gli educatori della casa. Gli appuntamenti, gli incontri persino le udienze per i ragazzi al tribunale dei minori dovevano coincidere con gli orari di preparazione dei pasti ai quali lui non rinunciava per nulla al mondo. La spesa settimanale era il centro dei suoi pensieri, l'acquisto del prodotto veniva fatto per soddisfare i gusti dei ragazzi; comprava quel tipo di patate perchè sapeva che piacevano a quel ragazzo, lo yogurt in pezzi perché piaceva a quell'altro e così via. Nessuna lista preparata ma la conoscenza dei gusti. A chi gli chiedeva come mai non facesse arrivare un fornitore esterno che consegnasse la spesa rispondeva " tua mamma lo faceva? Ecco questo era Tarcisio. Uomo con cui non era semplicissimo lavorare ma a cui non potevi non volere bene proprio perchè riconoscevi che tutto gli partiva da quel cuore che aveva deciso di dedicare ai giovani”.

L’ispettore don Stefano Aspettati offre la sua testimonianza: gli ultimi tempi della casa famiglia don Tarcisio si accorgeva che non aveva più le energie, quasi si stupiva del fatto che non riusciva a fare quello che faceva a 40 anni! Soprattutto il cuore cominciava a dare segni di stanchezza. Così, grazie anche allo splendido aiuto della comunità salesiana di Scandicci, riuscì a concludere l’esperienza di Mamma Margherita, sistemando tutti i suoi ragazzi. Il suo ritorno ad Alassio è stato un ritorno del cuore, nella Liguria da cui era partito per cominciare l’avventura coi ragazzi difficili. Dopo un po’ di tempo da che era arrivato mi disse: “trovo davvero un godimento nella preghiera, per molti anni non avevo mai avuto troppo tempo per pregare perché sempre dietro ai ragazzi, ma adesso sì!” Si sentiva molto stanco, come se il fisico tirato da tanti anni di lavoro senza sosta gli stesse chiedendo il conto. È stato proprio il cuore a cedere, quel cuore che aveva “lavorato” tanto per i giovani più poveri; mi ha fatto pensare tanto a don Bosco, morto come un vestito logoro per essersi speso interamente per i suoi poveri giovani. 

Grazie Signore per il dono della vocazione di don Tarcisio, hai tracciato in lui i lineamenti del bel pastore che, come tuo figlio Gesù e come don Bosco, si è preso cura degli ultimi, dei più poveri e degli esclusi, ora che ha terminato la sua corsa terrena rivestilo della tua misericordia, perdona i suoi peccati e accoglilo con Te come servo buono e fedele. A noi che continuiamo il cammino dona la passione di condividere la nostra vita con i giovani e ad amare di più quelli più poveri.



 
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