Morte di don Clemente Procenesi

Della Comunità salesiana Borgo ragazzi don Bosco

(liturgia del giorno)

At 14,19-28

19Ma giunsero da Antiochia e da Icònio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. 20Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città. Il giorno dopo partì con Barnaba alla volta di Derbe.

21Dopo aver predicato il vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiochia, 22rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. 23Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia 25e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; 26di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l'impresa che avevano compiuto.

27Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. 28E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.

Gv 14,27-31

In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui».

Omelia

Nel fare le mie condoglianze a don Daniele e alla comunità del Borgo don Bosco, dico anche che sono onorato di poter presiedere questa celebrazione delle esequie del caro don Clemente. Tenterò di dire qualcosa della sua vita, illuminato alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato.

Don Clemente Procenesi nasce a Latera (VT) il 2 maggio 1940 da Giovanni Battista e Maddalena Petroni. Il papà è agricoltore, la mamma casalinga, in casa oltre a lui che è il secondogenito, ci sono due sorelle Brigida e Anna Maria. A 11 anni entra nell’aspirantato di Gaeta dove vi rimane per cinque anni. Lì matura la sua vocazione salesiana e il desiderio di diventare missionario.

Nella prima lettura di oggi abbiamo ascoltato ancora una volta un pezzo delle peripezie missionarie di san Paolo che con san Barnaba passa di città in città e di tribolazione in tribolazione. Don Clemente aveva proprio questo desiderio della missione ad gentes. Nella lettera al direttore per essere ammesso al noviziato (neanche 16enne) scriveva: “adesso più che mai sento la mia vocazione e desidero farmi sacerdote. I miei genitori sono contenti e non mi si oppongono. Da circa due anni ho avuto la grazia dalla Madonna di avere la vocazione missionaria; l’ho conservata e accresciuta ed adesso ho scritto all’Ispettore chiedendogli che mi facesse partire per la Thailandia subito quest’anno, prima del noviziato”. Ma le cose sono andate diversamente: la sua missione non si è allontanata da Lazio e Sardegna, mentre invece le tribolazioni di cui parla san Paolo (che dice appunto “dobbiamo entrare nel Regno di Dio attraverso molte tribolazioni”) non gli sono ugualmente mancate.

Nel 1956 entra quindi in noviziato a Lanuvio dove emette la prima professione il 16 settembre 1957. Dal 1957 al 1961 è a Roma San Callisto per completare gli studi e conseguire la maturità classica. Svolge il suo tirocinio pratico come assistente e insegnante di storia, geografia, musica e francese a Lanusei dal 1961 al 1964, nel 1963 emette la sua professione perpetua. Viene inviato a Castellammare (SA) per gli studi teologici dal 1964 al 1968, e viene ordinato sacerdote a Salerno il 3 gennaio 1968. Il primo incarico è quello di collaborare con il maestro di noviziato a Lanuvio dal 1968 al 1969, a Genzano dal 1969 al 1970 dove consegue la licenza in Teologia e a Frascati Villa Sora dal 1970 al 1971. Nel 1971 viene inviato nella casa del Borgo don Bosco dove vi rimane fino al 1974. Successivamente viene trasferito prima a Testaccio dal 1974 al 1980, poi al Pio XI dal 1980 al 1981 e al Gerini dal 1981 al 1984. L’Ispettore don Mario Prina nel 1984 lo chiama al Sacro Cuore per affidargli il servizio di economo ispettoriale che svolgerà fino al 1993. Terminato il servizio di economo ispettoriale molte sue obbedienze lo vedranno impegnato come Economo di comunità: a Roma Sacro Cuore dal 1993 al 1994, a Civitavecchia dal 1994 al 1997 anche come incaricato d’oratorio, a Roma don Bosco dal 1997 al 2000, a Roma Pio XI dal 2000 al 2002, al Gerini dal 2002 al 2009. Nel 2009 l’Ispettore lo destina a Selargius con il compito di parroco nella parrocchia “San Giovanni Bosco” dove rimarrà fino al 2013. Dal 2013 fino alla sua morte è vissuto nella comunità di Roma Borgo don Bosco con il servizio di economo.

I giudizi durante la sua formazione lo descrivono come un salesiano dal temperamento sereno e riflessivo, con buono spirito religioso, docile, impegnato e generoso nell’apostolato. Il suo carattere, descritto come secondario, talvolta appare bisognoso di essere stimolato e incoraggiato, un po’ flemmatico. Essenziale e bella la sua affermazione alla domanda per la prima professione: “Dio mi ha chiamato allo stato religioso ed ecclesiastico, ed io voglio seguire questa chiamata, incamminandomi nella via della perfezione, per fare molto bene alle anime specialmente giovanili”.

Partito da casa molto presto, Don Clemente ha sempre mantenuto con la famiglia e soprattutto col suo territorio un rapporto di grande vicinanza. È stata una figura di salesiano poliedrico. Di grande simpatia e affabilità, sapeva trattare con ragazzi e adulti. Ha ricoperto ruoli di responsabilità spesso legati alla gestione e all’economia. Aveva molteplici interessi e capacità: spaziava dalla musica (suonata e ascoltata), all’elettronica, alla cucina, al giardinaggio. Era anche uno psicologo. Don Clemente era difficile da inquadrare, aveva degli aspetti creativi, quasi geniali. Aveva una grande capacità di sdrammatizzare le situazioni anche più faticose; sapeva essere convincente in maniera bonaria, al limite dell’autoironia (celebre la sua “grida” nella quale sosteneva che il mascarpone e i grassi in generale sono alimenti da consigliare nelle diete). In comunità era l’anima della conversazione, che alimentava coi suoi racconti che immancabilmente mutavano e si arricchivano di particolari di volta in volta.

Ho avuto la grazia di accoglierlo nel 2013 qui al Borgo Ragazzi don Bosco, dove era tornato dopo una esperienza negli anni ’70, ed è stata la sua ultima casa. Come economo si era subito dato da fare per sistemare alcune cose e anche per abbellire alcuni angoli del Borgo con il suo pollice verde. Curava con grande soddisfazione l’ospitalità dei gruppi che venivano accolti per qualche giorno. Si era ritagliato in breve un suo personaggio che tutti – adulti e ragazzi – attirava con la sua chioma bianca e il suo sorriso furbo e accogliente, nonché per la stravaganza con cui parcheggiava l’auto... Era impossibile non volergli bene. La sua salute è andata progressivamente peggiorando, per arrivare nel 2017 a prendere una china da cui non si è più veramente ripreso. Non si lamentava più di tanto. Ha sempre affrontato le sofferenze e le tribolazioni che negli anni la vita gli ha riservato e anche questi ultimi con il suo spirito goliardico, recandosi spesso alle visite guidando lui stesso e sempre nella sua spericolata maniera. Non si lagnava di una forzata inattività, davvero insolita per lui, ma stava in pace, senza smettere di essere curioso se qualche cosa sollecitava la sua intelligenza sempre viva.

La sua fede era semplice e robusta al tempo stesso. Con la sua aria scanzonata, a volte traeva in inganno, ma bastava entrare in conversazione su certi temi di per sentire argomentazioni teologiche solide, spiegate con semplicità. Se n’è andato l’11 maggio, proprio mentre a Roma c’è stato un terremoto; un terremoto che ha fatto un gran fracasso, ma che non ha fatto male a nessuno. Un commento che ho ricevuto diceva proprio questo di don Clemente: “come il terremoto ha fatto tanto rumore e nessun male, perché era una persona buona”.

Il brano che la liturgia della Chiesa ci propone oggi è ancora tratto dal cap. 14 del vangelo di Giovanni. Ancora ritorna il tema del turbamento ascoltato anche nel brano di domenica scorsa (V di Pasqua), Gesù dice ai discepoli: “non sia turbato il vostro cuore”. Il verbo usato per descrivere il turbamento è lo stesso che viene usato per dire quello che accadde a Maria quando arrivò l’annuncio dell’angelo; si tratta di qualcosa di profondo, uno sconvolgimento che ci toglie la stabilità, i punti di riferimento. Il turbamento è una esperienza che prima o poi capita nella nostra vita; quello che viviamo in questo tempo di pandemia lo testimonia e anche quello che viviamo davanti alla morte. Davanti a questo turbamento, Gesù consegna ai suoi discepoli la sua pace. Davanti a un dolore grande come la morte di una persona cara, la pace può darla solo il Signore. La pace è un dono del Risorto, è il segno della sua vittoria sul Nemico e sulla morte, è il dono che fa a chi si affida a Lui.

Gesù dice anche: “Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me”. I discepoli non erano affatto contenti di sentire queste parole di Gesù, che erano un preludio alla sua morte, Resurrezione e ascensione al cielo. Anche noi non vorremmo che le cose finissero, comprese le vite nostre e dei nostri cari, eppure accade così; ma con la nostra vita è diverso, perché non finisce ma si trasforma e continua per l’eternità: non è questa una prospettiva meravigliosa? È la prospettiva che allarga la nostra visuale della vita, spesso miope e appiattita sulle cose del presente. È la prospettiva della ricompensa eterna data ai giusti in maniera sovrabbondante. Per un salesiano sacerdote è la prospettiva di stare col suo Signore amato e servito nella vita, di stare con don Bosco sua guida e con Maria Ausiliatrice sua madre e maestra, di stare con tanti giovani e persone care conosciute in vita.

È la prospettiva che sta contemplando adesso il nostro fratello Clemente. E siamo certi che almeno stavolta non potrà dire che è “un gran macello...”.

Don Stefano Aspettati

 
Esci Home