Sud Sudan e Salesiani

Sul fronte, con i più poveri

In occasione dell’incontro internazionale sugli uffici di pianificazione e sviluppo delle ispettorie salesiane, a Nairobi, abbiamo intervistato Don Shyjan Job, economo della Delegazione salesiana del Sudan, che ci ha raccontato le fatiche e il grande lavoro dei salesiani in alcune parti del Paese, soprattutto nel Sud.


Qual è la situazione del Paese in cui vi trovate a vivere e lavorare?

Il Sudan è un Paese a maggioranza musulamana e il 98% delle persone professa la fede islamica; il Sudan del Sud, invece, è a maggioranza cristiana. Negli ultimi anni abbiamo dovuto affrontare molti problemi a causa della guerra civile, iniziata nel 2013. Da allora, la situazione non è mai effettivamente migliorata.

Come si configura la presenza salesiana?

Ci sono cinque comunità nel Sudan del Sud, ma al momento una è chiusa perchè si trova sul fronte di guerra. Nel Sudan, invece, ci sono tre case salesiane. Quindi, ad oggi, sono attive sette comunità tra i due Paesi.

Ci descriva il lavoro che i salesiani portano avanti in Sud Sudan…

In Sud Sudan la situazione è critica, in generale. Nonostante ciò proviamo a fare del nostro meglio. Le nostre scuole sono rimaste aperte: due scuole tecniche, tre scuole secondarie e oltre 25 scuole elementari, tutte gestite direttamente da noi saleisani. Abbiamo anche una scuola elementare dedicata a IDP (internally displaced persons, cioè persone che fuggono da una particolare zona del Sud Sudan, ma rimanendo all’interno del Paese). Questa particolare scuola si trova a Juba.

A Juba c’è una certa concentrazione di IDP. Cosa fanno i salesiani?

A Juba abbiamo un campo di rifugiati, gestito interamente da noi salesiani e dai nostri collaboratori. Gestiamo il campo che ospita tra le 10 e le 15 mila persone (circa 1180 famiglie, essendo ogni famiglia molto numerosa) a seconda del periodo.

Di queste persone ci prendiamo cura da tutti i punti di vista: accoglienza, alloggio, cibo, cure mediche, vestiti, scuola, educazione... Proprio per questo abbiamo iniziato, nel 2014, una scuola per i bambini rifugiati nel territorio della nostra missione (in una parte del quale è collocato anche il campo). Fino allo scorso anno avevamo circa 1500 studenti, ma poi la cifra ha cominciato a crescere perché il numero di IDP è salito tantissimo. Ad oggi abbiamo due turni di scuola, uno al mattino e uno al pomeriggio, per un totale di oltre 3500 studenti. Per questi ragazzi ci prendiamo cura di tutto: delle divise scolastiche, della cancelleria, dei libri, di tutto quello di cui hanno bisogno. Ogni studente riceve anche un pasto al giorno, che spesso per loro è l’unico… per questo non vogliamo smettere di offrirlo.

Ci prendiamo molta cura anche della formazione degli insegnanti, per abilitarli al contatto con questi bambini che vivono in una situazione molto particolare. Abbiamo infatti molti insegnanti nella scuola del campo, circa 50, che vengono ogni giorno.

Chi sono le persone che vivono nel campo?

Tutte le persone accolte nei nostri campi provengono dal Sud Sudan, sono i cosiddetti sfollati interni, vittime della guerra civile. Quasi tutti hanno perso la loro casa, ma soprattutto i genitori; molti hanno perso i figli, perché vengono uccisi anche i bambini. In ogni famiglia almeno uno o due risultano dispersi o sono stati uccisi. Spesso le persone scappano dal villaggio all’improvviso, di fronte a un pericolo incombente, e quando tornano non trovano tutti quelli che avevano lasciato. Molti stanno ancora cercando i loro famigliari, senza sapere quale sia stato il loro destino.

Quali sono le difficoltà nella gestione del campo?

Una delle maggiori difficoltà è quella di gestire la situazione durante la stagione delle piogge, che cade proprio in queste settimane. Con la pioggia, infatti, arrivano anche malattie, come ad esempio il colera. Abbiamo alcune ONG che ci aiutano per l’aspetto medico e abbiamo anche il nostro dispensario, gestito dalle Caritas Sisters, un gruppo della famiglia salesiana proveniente da Corea e Giappone.  Anche altre agenzie collaborano nei momenti di maggiori difficoltà sanitarie e mediche.

Durante la stagione delle piogge, ci troviamo anche ad affrontare un altro delicato problema: le abitazioni, fatte di teli di plastica e canne di bambù, vengono spesso distrutte. Dobbiamo quindi ricomprare i materiali e ricostruire le tende, per evitare che la pioggia entri all’interno e le persone siano più vulnerabili in termini di malattie e infezioni, come la malaria.

Oltre alla scuola, promuovete altre attività e iniziative?

A Juba abbiamo cominciato un progetto di agricoltura, per aiutare le persone ad essere più indipendenti. Le stiamo supportando davvero in tanti modi, offrendo semi, attrezzature, formazione. Quello che viene loro richiesto è di prendersi cura della coltivazione e della raccolta. Per noi al momento è un bell’investimento e impegno, ma speriamo che alla fine potranno sostenersi da soli e rendersi indipendenti. Questo potrà soprattutto dare loro una nuova speranza!

Ci sono poi tante altre cose che stiamo portando avanti.

Alcune donne fanno lavori di sartoria, confezionano le uniformi per gli studenti della scuola. In questo modo guadagnano dei soldi e noi le supportiamo affinchè diventino indipendenti. Ci sono anche alcune che fanno da parrucchiere, da cuoche, da cameriere… Noi le supportiamo come possiamo affinchè si trovino nelle condizioni di poter cominciare a lavorare, ad esempio fornendo macchine da cucire.

Guardando al futuro, auspichiamo che la pace arrivi presto, e quando questa arriverà inizieremo la seconda fase della nostra missione. Per ora infatti stiamo fronteggiando l’emergenza, ma poi dovremo aiutare nella ricostruzione, aiutare le persone a tornare nei loro villaggi, a ricostruire le case ed essere indipendenti. Questa è la nostra speranza e il sogno per il futuro, per la gente e per il Paese.

Come è organizzato il campo?

Ci sono sia cristiani che musulmani appartenenti a diciotto tribù differenti; tra loro convivono bene, anche perché per essere accolti bisogna rispettare delle regole – questo lo mettiamo in chiaro dall’inizio - e una di queste ovviamente è quella di rispettare la fede delle altre persone.

Abbiamo inoltre un sistema di divisione in gruppi per organizzarci al meglio. Ogni gruppo è formato da 50 famiglie e per ogni gruppo ci sono un leader e un suo vice, che coordinano la vita del gruppo.

Da parte nostra non solo monitoriamo la situazione, ma cerchiamo anche di formare le persone affinchè siano capaci di gestire le situazioni, il loro gruppo, i momenti di conflitto. Infatti è normale che, soprattutto in quelle condizioni, quando si vive costantemente uno accanto all’altro, sorgano dei problemi anche per cose banali. Noi ci impegnamo tanto a formare le persone perché si possa vivere la pace almeno all’interno del campo.

Questo sistema decentralizzato ci permette, tra l’altro, una migliore ed efficace distribuzione del cibo e delle altre cose. Ogni capogruppo, una volta al mese, prende le derrate alimentari per le famiglie di cui è leader e le distribuisce. Inoltre ognuno all’interno del campo è registrato e ha una tessera, che deve presentare per richiedere la cose che gli spettano. C’è un sistema molto funzionale da questo punto di vista.

Quale la situazione dei giovani che vivono nel campo?

I giovani hanno come problema principale la carenza di educazione secondaria e la mancanza di università. In tutto il Sud Sudan ci sono solo due università e pochissimi riescono ad entrare. Molti, che non hanno possibilità di andare all’estero, si chiedono: “e dopo cosa facciamo?”. Spesso alla fine non fanno nulla e questo comporta tanti problemi conseguenti. Per questo nel nostro centro giovanile cerchiamo di promuovere molte attività, in modo che i giovani abbiano qualcosa da fare e non prendano brutte abitudini.

Tra i giovani c’è quindi molto scoraggiamento, ma questo è comprensibile. Noi salesiani cerchiamo di dare speranza e non ci arrendiamo, auspicando un futuro migliore per questo Paese.

don Emanuele De Maria, sdb

 

 

 

 
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