Esequie di don Vittoriano Puxeddu

Il testo dell'omelia

Dal vangelo secondo Marco      15, 33-39; 16, 1-6       
Gesù, dando un forte grido, spirò.

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lamà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elìa!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elìa a toglierlo dalla croce». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso.
Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio! ».
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a imbal­samare Gesù.
Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: « Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande.
Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto».


Il Signore ha chiamato a sé il suo servo don Vittoriano all’inizio della settimana santa – nella Domenica delle Palme – e adesso noi, alle soglie del Triduo santo, proprio alla vigilia della festa del sacerdozio ministeriale, celebriamo il suo passaggio al cielo con il rito delle esequie. La settimana per eccellenza della Chiesa, quella della Pasqua, che significa “passaggio”: passaggio per Gesù dalla passione e dalla morte alla gloria della Resurrezione. Un passaggio in cui siamo coinvolti tutti noi, chiamati alla stessa sorte. C’è infatti per tutti una morte, ma c’è per tutti una passione – vicina alla morte ma non solo, lo sappiamo – e la Resurrezione. Così è stato ed è anche per il caro don Vittoriano, la cui passione negli ultimi anni è stata grave, con la malattia che lo ha sempre più invalidato e con la morte arrivata domenica sera e con noi che siamo qui a celebrare non la sua scomparsa definitiva, ma la sua resurrezione, il suo ritorno al Padre.

Qualche cenno sulla vita.

Don Vittoriano nasce a Iglesias (CA) il 19 settembre 1939 da Dario e Maria Manzoni. Il papà è un impiegato e la mamma casalinga. Nella sua famiglia erano in cinque: oltre don Vittoriano, tre fratelli, di cui uno sacerdote (morto nei primi anni 2000), e una sorella. Entrato nel seminario di Cuglieri, dopo essere stato ammesso alla seconda liceale, viene affascinato da don Bosco e chiede di diventare salesiano. Il giudizio trasmesso dal rettore del seminario di allora è molto positivo: "un buon giovane di buona volontà, di sufficienti capacità e moralmente sano. È in grado di ricevere una buona formazione e di lavorare alla gloria di Dio e al bene delle anime". Con questi sentimenti Vittoriano fa domanda di "essere ammesso tra i figli di San Giovanni Bosco avvertendo di sentirsi chiamato alla vita religiosa e di voler diventare sacerdote”. La prima casa salesiana frequentata è quella di Cagliari dove nel 1950 i salesiani vedono in lui: "segni sicuri di vocazione, disposizione alla pietà e all’apostolato tra i giovani, di indole buona”. È significativo ciò che scrive nella domanda della sua prima professione: "ho pregato la Madonna e il nostro padre San Giovanni Bosco che mi illuminassero ancora una volta, a ben conoscere i doveri e gli obblighi che tale professione impone e con la grazia del Signore, spero di poterli compiere fedelmente fino alla fine della vita”. Tutti i giudizi della sua formazione ne delineano un salesiano ricco di belle doti: "di buona volontà, malleabile, di preghiera, buono, impegnato a formarsi piano piano nello spirito salesiano, di ottimo spirito religioso, spirito di sacrificio e di adattamento, docile e paziente”. Sono giudizi che rivelano un'interiorità profonda che come seme è destinato a produrre buoni frutti. Don Vittoriano vive l’anno di Noviziato a Varazze nel 1950-51. Lo troviamo poi a Roma Borgo don Bosco dal 1951 al 52, a Roma San Callisto dal 1952 al 53, a Santu Lussurgiu dal 1953-54, a Cagliari dal 1954-55, dal 1955 al 1961 studia teologia a Messina e viene ordinato sacerdote a Roma don Bosco il 9 aprile 1961. La sua vita salesiana è molto semplice: dal 1961 al 1966 è a Roma don Bosco come Insegnante, dal 1966 al 68 a Santu Lussurgiu come Insegnante, dal 1968 al 2015 a Selargius come Insegnante, segretario del CFP, delegato degli Ex-allievi, vicario della comunità, dal 2015 fino a domenica delle Palme scorsa nella comunità Artemide Zatti dove è stato amorevolmente assistito fino al termine della sua vita. 

 

Don Gianni Lilliu che è stato suo superiore testimonia di lui: "è sempre stato fedele al suo lavoro e molto sacrificato. La testimonianza di vita fraterna che esprimeva era esemplare: voleva bene a tutti e si faceva voler bene da tutti. La sua caratteristica peculiare era la bontà come capacità di non voler disturbare nessuno. Anche se malato in modo serio e affetto da un tremolio costante, l’ho sempre visto sereno, raramente accigliato. Un suo tratto simpatico e divertente era l’autoironia, aveva un bel senso dell’umorismo. Per scherzare si chiamava “Turibio”. Aveva un grandissimo rispetto per tutti anche se esprimeva il suo parere decisamente, se ce ne fosse bisogno. A Selargius era molto ricercato come confessore e per la direzione spirituale”.

 

Anche un altro suo ex superiore, don Paolo Piras, scrive: "don Vittoriano era un'anima bella e genuina, dolce e sorridente, disponibile ed accogliente soprattutto con i giovani della formazione professionale e delle persone che collaboravano con lui. Una sua exallieva diventata collaboratrice così si esprime: “E' il primo salesiano che ho conosciuto e mi ha dato da subito l'impressione che fosse un uomo di Dio, umile e disponibile all'aiuto senza mezze misure”. Don Vittoriano è un salesiano che ha fatto del lavoro il luogo dell'incontro con Dio e dei fratelli. Fedele alla vita comunitaria, puntualissimo ai momenti comunitari, non faceva mai pesare la sua presenza. Amante del lavoro che l'obbedienza gli aveva assegnato; era meticoloso nella documentazione e nell'esecuzione degli incarichi a lui affidati.  Era attento, in maniera discreta, alle necessità dei confratelli, sempre disponibile. Era il custode per eccellenza del centro professionale e non andava via dal suo posto di segretario e di portinaio senza passare prima a chiudere le porte dei laboratori e di tutto il centro professionale: il primo ad aprire le porte al mattino e l'ultimo a controllare che fosse tutto in ordine la sera. Mai protagonista, ma sempre un gregario di lusso, mai invadente anche se preparato al compito. Gli exallievi lo ricordano con affetto per la sua bonarietà e la sua prontezza nel dare risposte alle loro domande senza mai far pesare le loro richieste anche se fatte in momenti non opportuni. Vero figlio di Don Bosco, devoto della Vergine Santa, essenziale nel parlare e confessore ricercato rimane in noi un bel ricordo e siamo contenti di averlo conosciuto, di aver scherzato con lui anche della sua malattia di cui non si è mai lamentato. Davvero un piccolo grande uomo, un santo umile salesiano". 

 

E don Antonello Sanna scrive: di Don Vittoriano conservo un ricordo bello e simpatico. Da quando l’ho conosciuto nel 1982 mi ha colpito per il suo carattere gioviale e simpatico. Generoso, sempre a disposizione e sempre impegnato, grande lavoratore per il bene dei giovani della formazione professionale, non lo trovavi mai con le mani in mano. Di animo buono e gentile ti metteva a tuo agio con la simpatia e la battuta facile. Gli ultimi anni passati a Selargius li ha vissuti nel generoso servizio ai confratelli e a quanti “bussavano” nella portineria dell’istituto; benché tremolante per la malattia era sempre pronto a mettersi a servizio della comunità. Il periodo passato a Roma Zatti è stato ancora caratterizzato dalla sua serenità e dai piccoli servizi a favore degli altri confratelli, insieme ad un'interiorità profonda di cui non parlava, ma che faceva trasparire dal suo luminoso volto e dagli occhi azzurri e vispi. Posso dire che Don Vittoriano è stato un bravo e santo confratello, pienamente identificato nel lavoro educativo salesiano, e svuotato di sé per servire con generosità il Signore, i confratelli e i giovani.

 Infine don Giuseppe Casti: “don Vittoriano si identifica con Selargius, cioè con la scuola professionale. Era sempre lì, al suo posto, cioè in mezzo ai ragazzi e ai docenti del centro. Una presenza semplice, accogliente, sorridente. Si era sicuri di trovarlo, perché la sua vita di salesiano era tutta per i ragazzi del centro. Don Vittoriano era l’anima della presenza educativa a Selargius, con lo sguardo e il cuore ssmpre rivolto verso i più bisognosi. Li aiutava a superare le difficoltà del momento, ma anche a progettare un futuro come onesti cittadini competenti, impegnati nella società. Anche per i docenti era un punto di riferimento sicuro. Si preoccupava della loro formazione come delle loro situazioni familiari e lavorative. Per tutti aveva una parola di incoraggiamento e gesti concreti di solidarietà. Lo faceva come salesiano autentico: con semplicità, umiltà e quel pizzico di umorismo che rendeva la sua presenza gradevole e amabile. Un salesiano di poche parole ma dal cuore grande come quello di don Bosco”.

 Queste testimonianze dicono delle caratteristiche dell’uomo, del religioso, dal sacerdote: la sua semplicità, umiltà, discrezione del tratto, ma anche la disponibilità, la fedeltà, la precisione nei compiti nonché la profonda interiorità, ricercata da ragazzi, docenti e cristiani che trovavano in lui una guida sicura del loro cammino spirituale. Tutti sottolineano in qualche modo anche la malattia che lo ha accompagnato per tanti anni, questo tremolio costante. Questa è la croce, che meditiamo in Gesù in questa particolare settimana. Ma proprio sulla croce il centurione riconosce il figlio di Dio. Anche noi di don Vittoriano possiamo dire che sulla croce abbiamo conosciuto chi fosse. Era impressionante vederlo “muoversi” tutto il giorno. Ed era ancora più impressionante vedere come non se ne lamentasse e come il suo occhio restasse limpido e sereno anche davanti a una prova simile. Ho pensato che questa sua malattia così particolare è in fondo il simbolo della nostra vita, che – precaria – trema continuamente. Il mese scorso ho fatto la visita ispettoriale proprio qui alla comunità Zatti e una volta alla preghiera comunitaria mi sono fermato a guardare don Vittoriano. Un salmo scorre sulle labbra dei confratelli e don Vittoriano ancora cercava di mettere gli occhiali, scorre un altro salmo e don Vittoriano cercava di staccare una pagina dall’altra per trovare il segno. I salmi erano ormai finiti e don Vittoriano si era appena fermato. Ma il tutto fatto senza scatti di rabbia, senza agitazione – pare assurdo! – con assoluta serenità. Penso che quella fosse la sua preghiera e ho visto in quel cercare di fermare fisicamente la pagina sacra tutta la ricerca dell’uomo di fermare in Dio il suo cuore agitato; una preghiera bellissima caro don Vittoriano che tu ci hai insegnato semplicemente guardandoti.

 

 

 
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